Alessandro Bruno, fondatore de 'La Petite Ferme du Bonheur' di Doues

«I ragazzi utilizzati per fare marketing». Il fondatore della “Petite Ferme du Bonheur” apre uno squarcio sulla gestione delle attività per disabili





«Domenica saranno quattro anni da quando è iniziata la nostra avventura, sapevamo che non sarebbe stato semplice, sopratutto perché il nostro sogno era ed è tutt’ora realizzare una realtà lavorativa inclusiva nel vero senso della parola (non un parcheggio per disabili) e pian pianino ci stiamo riuscendo ma purtroppo le leggi e le normative allo stato attuale non ci sono di aiuto perché in questa regione non esiste l’agricoltura sociale e quindi le fattorie sociali, e dal nostro punto di vista la parola “inclusione” è solo un slogan politicamente corretto ma ben pochi si interessano realmente!».

Inizia così lo sfogo di Alessandro Bruno, fondatore de “La Petite Ferme du Bonheur onlus” a Doues, affidato ad un post su “Facebook” nel primo pomeriggio di giovedì 16 aprile: «tanta gente, troppa gente si riempie la bocca parlando di disabilità o come dicono di “diversamente abili” perché lo reputano più delicato o più chic, non si possono contare quante persone, soprattutto ci dicono che siamo bravissimi, che facciamo un sacco di cose belle… Ma in concreto nessuno sa darci delle risposte. Partendo dal mondo agricolo, dove molto spesso veniamo trattati con superficialità, forse perché siamo entrati, umilmente e in punta di piedi solo quattro anni fa in questo mondo e ci reputano poco credibili, in un ufficio veniamo definiti “l’azienda un po’ così” e ci è stato chiesto se prima o poi assumeremo anche “normali”!».

Il progetto della “Petite Ferme du Bonheur” aveva vinto, nel settembre 2019, la decima edizione del “Premio regionale per il Volontariato”, «un percorso di conoscenza che unisce l’agricoltura sociale alla valorizzazione delle capacità di persone disabili», recitava la motivazione.
«Per parlare di un altro “bell’esempio” potremmo raccontare di quando siamo andati in Assessorato all’agricoltura – continua Bruno – a parlare con l’assessore dell’epoca per chiedere, non un favore, non dei soldi, ma di adeguarsi alle altre regioni italiane per avere la legge sull’agricoltura sociale, ci è stato risposto che stiamo facendo una cosa bellissima, che al momento non era previsto ma se volevamo potevamo parlare di noi ad una conferenza! Perfetto, tutto bello, ma noi non abbiamo bisogno di farci pubblicità e di ricevere sorrisi pieni di compassione, abbiamo bisogno di lavorare per portare avanti il nostro progetto!».

«Altra battaglia che abbiamo percorso è stata quella per mettere in regola e riconoscere un’indennità ai nostri tre dipendenti – spiega ancora il fondatore della fattoria sociale di Doues – perché per noi, dato che lavorano ci sembra giusto dare dignità al loro operato riconoscendogli un qualcosa, e l’ufficio preposto ci ha risposto che non c’era bisogno di pagarli, “tanto loro sono contenti solo a stare in un luogo di lavoro!”. Boh… otto mesi per riuscire a mettere in regola i nostri ragazzi e finalmente pagarli!!! Andando a spiegare noi, leggi, deroghe, postille… Non perché abbiamo fatto le alte scuole, ci siamo solo interessati (Google!). Poi a distanza di mesi ci viene chiesto di assumere o attivare altri tirocini a spese nostre per altri ragazzi che ci indicano loro perché vedono che funziona bene e che i ragazzi hanno voglia di venire da noi, perché lavorano, perché in base alle loro abilità vengono valorizzati e non è uno dei vari parcheggi per disabili finanziato con soldi, tanti soldi pubblici, dove ai ragazzi spesso viene detto di stare seduti che il lavoro lo fa qualcun altro! Stiamo parlando di persone disabili… Non di scemi…! Lo capiscono quando vengono messi da parte, quando non si crede in loro!».

«C’è stato un bando per un contributo per l’assunzione a tempo indeterminato per persone che rientrano nelle categorie protette – racconta Alessandro Bruno – ci siamo informati e cosa ci è stato risposto? “Vi conosciamo, fate una cosa bellissima, complimenti ma ci spiace, i vostri ragazzi sono troppo disabili, hanno una percentuale di invalidità troppo alta e non rientrano nei requisiti!” Allora… Tutto bene, perfetto che ci sia una percentuale minima di invalidità, ma che senso ha mettere un limite, se i nostri ragazzi lavorano, non possono avere la possibilità anche loro? Anche se hanno un’invalidità alta? Ci sembra una barzelletta, anche di cattivo gusto!».

«Ultima cosa da sfatare è che noi non viviamo su contributi, aiuti economici, finanziamenti vari, come altre realtà! – ribadisce – noi non riceviamo un euro da nessuna Istituzione, Assessorato, Fondazione o robe del genere! In molti ci dicono “beh dai per assistere questi ragazzi vi daranno dei bei soldi” No! Anche perché noi non assistiamo nessuno, i nostri ragazzi lavorano e vengono pagati da noi per le mansioni che svolgono! Qualche mese fa alla nostra onlus è stato assegnato il premio del volontariato (5.000 euro) e in molti ci hanno detto, che era una bella boccata di ossigeno. Una bella soddisfazione sì ma questo contributo verrà utilizzato per coprire il 70 per cento della spesa di nove progetti in altrettante scuole dell’infanzia e primarie nelle quali porteremo la nostra realtà, ed essendo onlus noi giustamente non guadagniamo nulla! Collaboriamo con Istituzioni scolastiche per “alternanza scuola lavoro” di quattro ragazzi disabili, anche lì potete stare tranquilli, non ci viene riconosciuto nulla. Tutto quello che abbiamo realizzato fino ad ora lo abbiamo fatto con i nostri risparmi, con la mia liquidazione dal lavoro precedente e con i risparmi della mia famiglia».

«In questo periodo così duro per tutti – puntualizza ancora Bruno – per moltissima gente molto più grave rispetto a noi per salute e condizioni economiche (sono consapevole e non mi permetterei mai di mettermi a confronto, ma essendo umano tendo a guardare un pochino nel mio e probabilmente sbaglierò), ci siamo ritrovati a chiedere un piccolo aiuto alla nostra banca, dal momento che tutte le attività didattiche, laboratoriali , le gite scolastiche e probabilmente la nostra estate con i bimbi sono state tutte giustamente sospese, ma non abbiamo messo nessuno in “cassa integrazione” (noi), per poter avere un piccolo aiuto per sostenere le nostre spese (alimentazione e cure per i nostri animali, gli affitti delle strutture, gli stipendi dei nostri ragazzi, utenze e altre piccole spese) e anche in questo caso ci è stato risposto “picche”, dicendo che siamo un’azienda troppo piccola e non abbiamo uno storico… Speriamo di riuscire ad andare avanti, ma andando avanti così la frustrazione la fatica economica iniziano a farsi sentire!»

«So di gente che con buone entrate o comunque con situazioni economiche immutate – conclude Alessandro Bruno – ha approfittato immediatamente per sospendere mutui, finanziamenti, chiedere i 600 euro, ottenere fidi, prestiti… Che vergogna!!! Scusatemi per lo sfogo ma mi viene proprio il voltastomaco a continuare a sentire politici, uffici e tanta altra brava gente parlare di disabilità, inclusione e tante altre belle parole che riempiono la bocca e fanno allargare il cuore, quando in realtà concretamente a nessuno importa nulla, e ormai ci si limita solo a parlare per slogan e trattare i ragazzi come un marketing. Non siete obbligati tutti a parlare e occuparvi di disabilità, se non ve lo sentite dentro realmente, evitate…. Fate più bella figura!».

Fonte: profilo “Facebook” di Alessandro Bruno
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