Il messaggio del Vescovo di Aosta per le vittime della pandemia: «lavoriamo perché la sanità pubblica torni ad avere i numeri e le risorse di cui ha bisogno»

Scritto da aostapresse

3 Aprile 2021 - 14:00
Un momento della celebrazione, con monsignor Lovignana ed il presidente Lavevaz

Il Vescovo di Aosta, monsignor Franco Lovignana, ha voluto ricordare, martedì 30 marzo, nel corso della messa in suffragio delle vittime del “covid-19”, che si è tenuta nella Cattedrale di Aosta «tutti coloro che hanno lavorato e lavorano per curare e aiutare quanti sono stati e sono colpiti dalla malattia e dalle sue conseguenze spirituali, psicologiche, sociali e materiali. Penso agli operatori sanitari, a quanti hanno continuato a lavorare nei più diversi servizi per la cittadinanza e ai tanti volontari, ma penso anche ai sindaci e ai pParroci che, sul territorio, si sono presi e si prendono cura delle persone e della vita comunitaria. Vorrei dire loro un grande grazie a nome di tutti i valdostani».

Monsignor Lovignana, che ha evidenziato, in apertura della funzione religiosa il fatto che «può darsi che tra noi ci sia, questa mattina, qualcuno che non è credente e che è intervenuto per rappresentare la comunità civile che lo ha eletto» ha sottolineato che «la preghiera cristiana non si impone e non forza mai nessuno. La celebrazione può essere vissuta anche come momento personale di interiorità, di solidarietà umana e di vicinanza a chi soffre».

Nell’omelia, anticipo delle tematiche affrontate durante la Settimana Santa, il vescovo di Aosta ha ricordato che «pregare vuol dire fare memoria davanti a Dio della propria storia, della storia del proprio popolo, dell’umanità. Oggi noi portiamo davanti al Signore la storia di quanti sono morti a causa del virus e la sofferenza delle loro famiglie. Chiediamo a Dio di volgere a tutti, vivi e defunti, il Suo sguardo misericordioso. Gesù ha promesso che la morte non è l’ultima parola sulla nostra esistenza, ma il passaggio ad una vita in pienezza in Dio, accanto a Lui. Questa promessa è punto fermo della fede cristiana e non possiamo tacerla. Come diceva san Paolo ai primi cristiani: Non vogliamo… lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole».

«La preghiera suscita anche responsabilità – ha aggiunto Franco Lovingnana – fare memoria davanti a Dio vuol dire impegnarsi perché la storia di tanti fratelli e sorelle e la loro sofferenza non vadano perdute, siano invece raccolte dall’impegno personale e collettivo. A livello personale ognuno può partire da una considerazione elementare: “I giorni che ho ancora da vivere sono preziosi e li voglio vivere in pienezza nei compiti che ho in famiglia e nella società. Non voglio chiudermi su me stesso, ma dedicare tempo, capacità e risorse ad accompagnare chi è rimasto solo, a condividere con chi è provato dalla crisi economica, a collaborare con altri per costruire una società nuova, più giusta e solidale”. La Liturgia applica a Gesù queste parole: io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra. Ogni battezzato, in quanto unito a Cristo, deve sentirsi investito di questa missione di luce e di speranza: all’uomo non basta mai il solo pane materiale, per quanto indispensabile; ha bisogno di compagnia, anche della compagnia che è la presenza di Dio nella sua vita; ha bisogno di conoscenza e di libertà, anche della conoscenza e della libertà che vengono dal Vangelo di Gesù Cristo, perché tutti siamo creati a immagine di Dio».

«L’apertura a Dio, anche solo in forma di domanda, può generare speranza in un tempo tanto difficile – ha proseguito il vescovo di Aosta – Per questo la Chiesa non tace, anche quando il suo annuncio si scontra con l’interrogativo che ha il sapore amaro di una conclusione: “Se Dio esiste, perché non interviene? Se Dio ama davvero gli uomini, come può tollerare tutto questo?”. C’è un’unica risposta, quella del Venerdì Santo: Gesù Cristo ha assunto su di Sé la sofferenza e la fatica di ogni uomo per farne fermento di vita nuova e di salvezza. Come società civile, e qui le istituzioni sono chiamate in causa nelle persone che per scelta popolare le incarnano, ma assieme a ciascuno di noi, cittadini ordinari, dobbiamo lavorare perché la crisi, con il suo peso di sofferenza e di morte, generi futuro per la nostra Valle. È una responsabilità grande. Per dirla con papa Francesco: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Dobbiamo lavorare perché la sanità pubblica torni ad avere i numeri e le risorse di cui ha bisogno, perché in futuro non si debba contare sull’eroismo dei medici e degli altri operatori sanitari; dobbiamo lavorare perché ci sia lavoro per tutti e sostegno per le categorie più deboli, perché ci sia giustizia e perequazione nell’uso delle risorse, mediazioni queste difficili, ma indispensabili da parte della politica; dobbiamo vigilare perché la crisi non permetta il dilagare della corruzione».

«Tutto ciò richiede in ogni cittadino onestà, cura per il bene comune, vigilanza – ha rimarcato monsignor Lovignana – chi ha responsabilità amministrativa e politica è chiamato poi ad essere lungimirante, pensando a investimenti produttivi non in chiave elettorale, ma in chiave di lavoro e qualità della vita nei prossimi decenni per la nostra Valle; a dire di “no” agli sprechi, quanti esempi di spreco deturpano la bellezza della nostra terra; a dire di “no” alla corruzione che comincia sempre con favoritismi o interessi privati o di parte. Nella pagina del Vangelo ci viene offerto uno spaccato del mistero del male. Nel tradimento di Gesù interagiscono il Maligno e la libertà di Giuda. Così accade anche nella nostra vita. La vigilanza sulla propria rettitudine, costi quello che costi, è argine al diffondersi del male. Esso si serve sempre della nostra libertà. La rettitudine, a tutti i livelli, nella vita privata e in quella pubblica, è porta sbarrata al male».

«Affidiamo tutte le persone e il futuro della Valle all’intercessione di Maria Regina Vallis Augustanæ – ha concluso il Vescovo di Aosta – possa tornare la salute e non ci siano altri morti, possa tornare la normalità delle relazioni e la gioia degli abbracci. Ci sia data la grazia di non dimenticare. Germoglino i semi di conversione e di speranza che Dio ha seminato nei cuori e nei solchi della storia. Dipende in gran parte dalla nostra consapevolezza, dal nostro impegno e dalla nostra fede».

Fonte: Diocesi di Aosta

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