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Settimana Santa ad Aosta, Franco Lovignana: «rimetti la spada al suo posto»

scritto da aostapresse.it

domenica 5 Aprile 26 • h. 17

Settimana Santa ad Aosta, Franco Lovignana: «rimetti la spada al suo posto»

di aostapresse.it | Dom 5 Apr 26 • h. 17

I messaggi della Settimana Santa di monsignor Franco Lovignana tengono insieme il filo della comunione con Roma e quello, molto concreto, di una Pasqua celebrata in mezzo a guerre e violenze, chiedendo ai valdostani “meno spada” e più mitezza nelle relazioni quotidiane. Dal richiamo “a rimettere la spada al suo posto” al ruolo della Chiesa come “candelabro vivente” che deve mostrare che è possibile volersi bene pur essendo diversi, il Vescovo prova a tradurre il linguaggio liturgico in criteri di vita civile, in un tempo che definisce tra i più bui sul piano internazionale.

L’udienza da Leone XIV e il legame con Roma

La Settimana Santa valdostana è stata preceduta dall’udienza concessa il 26 marzo 2026 da Papa Leone XIV, chiesta, ha raccontato Lovignana, per esprimere personalmente «i sentimenti di comunione che legano ogni Vescovo al Successore di Pietro e quindi ogni Diocesi alla Chiesa universale». Il Vescovo dice di aver “portato” davanti al Papa la vita della Chiesa locale, «con le sue bellezze e le sue fatiche», e di tornare ad Aosta «confermato nel ministero apostolico», con la benedizione pontificia per clero e fedeli.

Quella stessa omelia di Leone XIV della Domenica delle Palme a Roma, «Dio rifiuta la guerra, nessuno può usarlo per giustificare la guerra», viene ripresa quasi parola per parola nel messaggio pasquale di Lovignana, a sottolineare una linea comune: il Vangelo non può essere usato come paravento per chi “impugna la spada”.

“Rimetti la tua spada al suo posto”: mitezza contro la cultura della violenza

Nel messaggio intitolato “Rimetti la tua spada al suo posto”, il Vescovo della Diocesi di Aosta è partito proprio dal passo di Matteo in cui Gesù ferma il discepolo che vuole difenderlo con la spada, e dalla lettura che ne ha fatto Leone XIV durante la Settimana Santa. Il punto, insiste, è che Gesù «non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra», ma ha scelto la via della mitezza, rifiutando ogni uso della violenza anche quando avrebbe potuto invocare «dodici legioni di angeli».

Lovignana ha provato a portare questo schema giù dal livello geopolitico alla vita di tutti i giorni: «scegliamo sempre la mitezza e rifiutiamo ogni forma di violenza», ha scritto, ricordando che «non abbiamo in mano le leve del potere», ma possiamo «immettere nella cultura presente e futura gli anticorpi necessari per sconfiggere un modo di pensare e parlare impudente e violento che genera mostri». È un invito a guardare alla guerra non solo come qualcosa che accade “altrove”, ma come esito anche di linguaggi, narrazioni e conflitti che partono dalle relazioni quotidiane.

Monsignor Franco Lovignana con Papa Leone XIV

Monsignor Franco Lovignana con Papa Leone XIV

La Messa crismale: olio da Capaci e beni confiscati, pace e comunità

Nella Messa crismale del Giovedì Santo, celebrata in Cattedrale, Lovignana ha legato la benedizione del sacro Crisma a simboli molto concreti: l’olio offerto dalla Polizia di Stato proviene da ulivi piantati sul luogo della strage di Capaci, mentre alcune essenze arrivano da una cooperativa giovanile che lavora su terreni confiscati alla ’ndrangheta in Calabria. Il segno è chiaro: l’unzione che consacra battezzati, cresimandi e sacerdoti viene da luoghi segnati dalla violenza mafiosa, ma trasformati in sorgente di legalità e lavoro.

Da qui il passaggio alla vita di comunità: l’unzione comune non è un titolo “spirituale”, ma il fondamento di una responsabilità condivisa di laici, consacrati e clero nel prendersi cura della Chiesa, dei suoi lontani, dei giovani, degli anziani. Lovignana invita a «non rattristare lo Spirito» con parole cattive, asprezza e maldicenze, e chiede di interrogarsi su come rilanciare visite alle famiglie, accompagnamento nei sacramenti, iniziative per adolescenti perché la parrocchia resti un luogo che tiene aperta la porta a chi si è allontanato.

Venerdì santo e Via crucis cittadina: guerra, innocenti, responsabilità dei potenti

Nell’omelia della Passione del Signore e nella riflessione conclusiva alla Via crucis cittadina, venerdì 3 aprile, il Vescovo è tornato sul tema delle guerre che «moltiplicano stragi di innocenti e inaudite sofferenze», collegando la custodia reciproca all’appello per la pace. Commentando il racconto della Passione, ha sottolineato che Gesù «si interpone fra il male e i suoi», facendosi scudo per gli altri, e ricorda che pregare per la pace «è giusto e doveroso», ma deve andare insieme all’imitazione concreta del “Principe della pace”, nella rinuncia a rispondere alla violenza con altra violenza.

Alla Via crucis in città, Lovignana ha affidato alla croce di Cristo non solo le fragilità personali, ma «le scelte scellerate dei potenti della Terra» che producono distruzione e morte, chiedendo pietà «degli innocenti e dei carnefici». Ed ha legato la conversione personale ad un’agenda molto semplice ma esigente: imparare a volersi bene, rispettarsi, predisporre «progetti di pace», prendersi cura gli uni degli altri «senza falsità e ipocrisie, senza secondi fini».

La nuova questore di Aosta lascia il Vescovado dopo aver portato l'olio di Capaci

La nuova questore di Aosta lascia il Vescovado dopo aver portato l’olio di Capaci

Veglia pasquale: luce, fuoco e «lavoro delle api»

Nella Veglia pasquale Lovignana ha parlato di «una notte di luce» in cui il cero pasquale diventa la chiave per rileggere Pasqua come «nuova creazione»: il Risorto ricrea le condizioni per una «vita abbondante», per una conoscenza piena e per relazioni «buone e belle». Il cero, ha ricordato, illumina consumando se stesso, immagine di un Gesù che si dona fino in fondo, ed è fuoco che riscalda, brucia le scorie, fonde e trasforma: così lo Spirito può sciogliere la durezza del cuore, del pensiero, del desiderio.

Nel passaggio forse più “pratico” dell’omelia, il Vescovo ha richiamato il cenno dell’Exultet al «lavoro delle api» e lo ha tradotto come invito «alla collaborazione laboriosa» dei credenti per costruire comunione fraterna. La Chiesa, ha detto, dovrebbe diventare «un candelabro vivente» in cui Cristo risorto possa splendere, al punto da far dire a chi la guarda: «è possibile vivere volendosi bene, rispettandosi, pur essendo tanto diversi gli uni dagli altri. C’è speranza per il mondo».

Pasqua in Cattedrale: benedizione per chi soffre e per chi serve

Nella Messa di Pasqua in Cattedrale, domenica 5 aprile, davanti a una comunità composta da fedeli locali e molte famiglie di turisti, Franco Lovignana ha insistito sull’idea di una Pasqua vissuta «in mezzo ad avvenimenti gravi, che feriscono la dignità e l’integrità delle persone», con un riferimento esplicito alle guerre in Medio Oriente e ai tanti conflitti aperti. Le «tenebre» che sembrano avere il sopravvento, osserva, somigliano allo smarrimento dei discepoli dopo la morte di Gesù, ma la risposta invocata non è astratta: chiede ai presenti di «estirpare la radice del male dal cuore e dall’intelligenza», per far spazio ai semi della pace.

La benedizione pasquale è rivolta in modo particolare a chi vive «situazioni di sofferenza e di difficoltà» ed a «chi vive l’ora terribile e drammatica della guerra», ma si allarga anche a quanti hanno contribuito, spesso dietro le quinte, alle celebrazioni: Cappella musicale, ministranti, lettori, chi ha preparato la Cattedrale. È un modo per legare il grande quadro, guerra e pace, alla micro‑tessitura della vita comunitaria: la Pasqua, nelle parole del Vescovo, passa anche attraverso chi tiene vivo, giorno per giorno, quel “candelabro vivente” di cui la Chiesa vorrebbe essere segno.

Lovignana ha fatto sua la frase di Leone XIV, «Dio non ascolta la preghiera di chi fa la guerra», per ricordare che nessuno può arruolare Dio dalla propria parte mentre imbraccia le armi, nemmeno quando parla il linguaggio della “missione” o della “difesa dei valori”. Un messaggio che in Valle d’Aosta riguarda da vicino i militari di stanza sul territorio e le famiglie con parenti in teatri di crisi, ma anche chi, senza divisa, alimenta ogni giorno una cultura di scontro e disprezzo: la Pasqua proposta dal Vescovo chiede di scegliere mitezza, cura e responsabilità, dalla caserma alla rete, dalle comunità parrocchiali ai luoghi del lavoro.