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Abusi sul padrone di casa a Cogne, sette anni e sei mesi all’inquilino

scritto da aostapresse.it

mercoledì 4 Marzo 26 • h. 15

Abusi sul padrone di casa a Cogne, sette anni e sei mesi all’inquilino

di aostapresse.it | Mer 4 Mar 26 • h. 15

La condanna a sette anni e sei mesi di reclusione pronunciata mercoledì 4 marzo 2026 dal Tribunale di Aosta, dopo tre ore di camera di consiglio, ha chiuso il primo grado di una vicenda che, dal 2023, ha fatto emergere un intreccio di violenze, ricatti e fragilità personali dentro il rapporto tra un proprietario di casa di Cogne e i suoi inquilini.
Al centro del processo c’è Antonino, 59 anni, originario del Nisseno, ritenuto responsabile di ripetuti abusi sessuali ai danni del padrone di casa, un artigiano valdostano oggi 66enne, e di un ricatto fondato sui video che lui stesso aveva installato nell’appartamento.

Dall’affitto ai video: l’inchiesta

La storia è inizia nell’estate del 2023, quando il pensionato di Cogne aveva affittato uno dei suoi appartamenti, nella zona del Villaggio Cogne ad una coppia originaria di Caltanissetta. I rapporti erano inizialmente cordiali, ma secondo la ricostruzione dei Carabinieri e della Procura di Aosta, da agosto la situazione era cambiata: il pensionato sarebbe stato costretto a subire una serie di rapporti sessuali, almeno dieci episodi documentati, registrati da un sistema di videosorveglianza interno all’alloggio e da telefoni cellulari.

Le ordinanze hanno descritto un appartamento tappezzato di telecamere, in salotto ed in altre stanze, che hanno ripreso violenze, umiliazioni, suppliche della vittima e persino uno svenimento. In alcuni dialoghi riportati negli atti, l’inquilino è accusato di rivolgere frasi intimidatorie («spogliati subito», «oggi facciamo il bunga bunga») mentre il padrone di casa lo implorava di fermarsi, dicendo di sentirsi male e manifestando paura.

Secondo il giudice per le indagini preliminari Davide Palladino, il movente non era solo sessuale ma anche economico: i due avrebbero usato i video come arma di ricatto per smettere di pagare il canone, arrivando a prospettare alla vittima la diffusione delle immagini alla figlia, alla moglie ed «a tutta Cogne» se avesse insistito nel pretendere gli affitti o nel sottrarsi ai rapporti. In uno dei dialoghi acquisiti, l’inquilino aveva collegato esplicitamente «la tranquillità» del padrone di casa alla rinuncia a chiedere i soldi, richiamando la possibilità di «utilizzare» il materiale registrato se le cose fossero «andate in guerra».

Solo a febbraio 2024, dopo mesi di paura e dopo essersi confidato tra le lacrime con la moglie («mi obbligano a spogliarmi», «di quella coppia non ne posso più»), l’uomo aveva trovato la forza di andare in caserma a Cogne e denunciare. L’indagine dei Carabinieri ha portato al sequestro dei filmati e, il 26 marzo, agli arresti della coppia con l’accusa di violenza sessuale in concorso e, nelle prime fasi, di riduzione in schiavitù.

Custodia cautelare e suicidio di Mariassunta Pulito

Le richieste della difesa di sostituire il carcere con i domiciliari erano state respinte dal Gip e poi dal Tribunale del riesame di Torino, che aveva confermato la misura in ragione della gravità dei fatti contestati e del rischio di reiterazione. Il marito era stato tradotto prima a Brissogne e poi in un istituto del Nord Italia mentre la moglie nel carcere torinese “Lorusso e Cutugno”.

Il 23 maggio 2024 la vicenda aveva assunto un ulteriore risvolto drammatico: la donna, Maria Assunta Pulito, 64 anni, si era tolta la vita in cella, soffocandosi con sacchetti di plastica nel bagno della sezione femminile, approfittando di un momento in cui la compagna di cella era fuori.
Il suicidio, avvenuto mentre era ancora in custodia cautelare, aveva suscitato dure reazioni: l’avvocato della coppia, Massimiliano Bellini, aveva parlato di «ingiustizia e disumanità della custodia cautelare preventiva», ricordando le ripetute istanze di scarcerazione presentate per due imputati definiti «anziani e incensurati».
Dopo la morte della co-indagata, il procedimento è proseguito quindi nei confronti del marito: nel corso del 2024 la misura cautelare era stata gradualmente attenuata, prima i domiciliari in Sicilia, poi l’obbligo di dimora in un Comune del Nisseno, con l’uomo seguito dai servizi di salute mentale.

La strada di ingresso a Cogne

La strada di ingresso a Cogne

Il processo: due letture opposte degli stessi video

Il processo davanti al Tribunale collegiale di Aosta si era aperto il 26 marzo 2025. La persona offesa, sentita in incidente probatorio, aveva ribadito di non essere mai stato consenziente, di sentirsi totalmente sottomesso e di aver temuto per la propria reputazione e per la stabilità familiare se i video fossero finiti nelle mani di terzi. Ha anche raccontato di aver cambiato abitudini per evitare di incontrare gli imputati e di non essere riuscito a interrompere la spirale fino al crollo emotivo che lo aveva portato in caserma.

La difesa dell’imputato aveva proposto invece una lettura completamente diversa per il quale i rapporti erano «più che consenzienti», spesso richiesti dal padrone di casa, dentro un rapporto intimo e amichevole in cui lui sarebbe stato, al contrario, disponibile ad aiutarlo anche sul piano economico. L’avvocato Bellini aveva sostenuto che la vittima sapeva sin dall’inizio della presenza delle telecamere e vi tornava «di sua sponte», e chiedeva che il Tribunale potesse acquisire integralmente il materiale video e fotografico per valutare anche le sequenze in cui i due apparivano in atteggiamento cordiale.

Su un altro fronte la difesa insisteva anche sullo stato psichico dell’imputato. Una psicoterapeuta che lo ha in cura aveva parlato di disturbo delirante di tipo persecutorio, con tendenza a percepire complotti ai propri danni; da qui la richiesta di una perizia psichiatrica. Il collegio aveva accolto l’istanza ed affidato l’incarico allo psichiatra Francesco Cargioli, dell’Azienda Usl della Valle d’Aosta: la perizia, dopo test e analisi della documentazione clinica, aveva conclude che l’imputato non presentava disturbi di entità tale da escludere la capacità di intendere e di volere né quella di partecipare coscientemente al processo, valutazione condivisa anche dal consulente della parte civile.
Nonostante le consulenze di parte, che continuavano a descrivere l’imputato come soggetto gravemente sofferente, il Tribunale aveva deciso quindi di proseguire il giudizio, ritenendo l’uomo imputabile.​

L’accusa del pm e la risposta della difesa

Chiusa l’istruttoria, il 14 gennaio 2026 il pubblico ministero Manlio D’Ambrosi aveva chiesto per l’imputato una condanna ad undici anni di reclusione, senza attenuanti generiche, definendo la condotta «atroce». In requisitoria il pm aveva ricostruito il periodo che andava da giugno 2023 a febbraio 2024: almeno una decina di episodi di violenza, documentati dai filmati, con la vittima che piangeva, chiedeva di smettere ed affermava di avere problemi di salute, fino a svenire; l’imputato, secondo l’accusa, invece, lo afferrava per il bavero o per i capelli, lo costringeva a spogliarsi e lo minacciava di mostrare i video in paese se non continuava a presentarsi.

Per D’Ambrosi, le registrazioni erano «la dimostrazione plastica della totale sottomissione» del proprietario di casa e della volontà dell’imputato di imporre la propria soddisfazione sessuale disinteressandosi della libertà e del benessere dell’altro, con un uso costante della minaccia legata alle immagini.

Il 4 marzo 2026 è arrivata l’arringa dell’avvocato Bellini, che ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito. Il difensore ha parlato di «processo basato sulla pancia», affermando che «stiamo mandando in galera un malato mentale» contestando il mancato accoglimento delle richieste di acquisire tutti i filmati e di un nuovo confronto peritale tra esperti di parte e consulente del tribunale.
Secondo la difesa, l’imputato «non si rende conto del disvalore dei suoi comportamenti perché malato» e sarebbe, a sua volta, «vittima delle sue stesse patologie».

Una 'Jeep Renegade' dei Carabinieri, che hanno indagato sulla vicenda

Una ‘Jeep Renegade’ dei Carabinieri, che hanno indagato sulla vicenda

La sentenza e l’annuncio dell’appello

Dopo quasi tre ore di camera di consiglio, il collegio è rientrato in aula: l’imputato è stato dichiarato colpevole di violenza sessuale ai danni del padrone di casa e condannato a sette anni e sei mesi di reclusione, con una provvisionale di 30mila euro alla parte civile; la pena è inferiore agli undici anni chiesti dal pm, ma riconosce la responsabilità per gli abusi contestati.

Nelle ricostruzioni finora disponibili, i giudici sembrano avere aderito in larga parte alla lettura di Procura e Carabinieri, attribuendo ai video, girati in casa dell’imputato, il ruolo centrale di prova di una relazione segnata da violenza, ricatto e paura, più che di un rapporto paritario in cui l’anziano proprietario avrebbe potuto liberamente sottrarsi.

Bellini, all’uscita dal palazzo di giustizia di Aosta ha annunciato l’intenzione di impugnare la decisione: l’appello, che potrà essere presentato dopo il deposito delle motivazioni, attese entro 90 giorni, punterà a una nuova valutazione del materiale audiovisivo ed a chiedere un’ulteriore perizia psichiatrica, anche alla luce delle divergenze fra le conclusioni del perito nominato dal tribunale e quelle dei consulenti di parte.