notizie intelligenti dalla Valle d'Aosta

notizie intelligenti dalla Valle d'Aosta

Giorno del Ricordo, in Consiglio Valle memoria condivisa ma aula divisa

aostapresse.it

mercoledì 11 Febbraio 26 • h. 17

Giorno del Ricordo, in Consiglio Valle memoria condivisa ma aula divisa

di aostapresse.it | Mer 11 Feb 26 • h. 17

Il Giorno del Ricordo, in Consiglio Valle, continua a essere una ricorrenza capace di unire nei principi e dividere nelle letture politiche. Nella seduta di mercoledì 11 febbraio 2026, dedicata alla commemorazione delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano‑dalmata, la condanna delle violenze è stata unanime, ma il confronto ha rimesso in scena il dualismo tra destra e sinistra su memoria, responsabilità storiche e uso politico del passato.

Il quadro istituzionale e il lavoro dei giovani

In apertura il presidente del Consiglio, Stefano Aggravi, ha richiamato il senso della legge 92/2004, che istituisce il Giorno del Ricordo in coincidenza con i trattati di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, quando l’Istria, il Quarnaro, Zara e gran parte della Venezia Giulia furono assegnati alla Jugoslavia. Ha sottolineato la scelta di dare spazio al lavoro di un giovane laureato dell’Università della Valle d’Aosta, Lorenzo Rocchi, che ha dedicato la tesi ai profughi giuliano‑dalmati arrivati in regione, restituendo voce a storie spesso dimenticate e inserendole nella memoria collettiva valdostana.

Un’impostazione ripresa, a chiusura del dibattito, anche dal Presidente della Regione Renzo Testolin, intervenuto a nome del Governo: la legge del 2004, ha ricordato, ha voluto dare «dignità e vicinanza» a persone che attendevano un segno concreto dalle Istituzioni; in questo senso i diplomi e le insegne con la scritta “La Repubblica Italiana ricorda” non sono formalità superate, ma segni tangibili di presenza dello Stato accanto a chi ha sofferto.​

Manfrin: il «silenzio colpevole» e la matrice comunista

Il tono più marcato sul fronte del centro‑destra è arrivato da Andrea Manfrin (Lega Vallée d’Aoste), che ha parlato di «un colpevole silenzio per decenni» sui fatti delle foibe, dovuto, a suo giudizio, alla «matrice politica evidente» degli eccidi, attribuiti ai partigiani comunisti di Tito impegnati a fare «pulizia degli italiani» nelle terre del confine orientale. Manfrin ha ricordato stime di «10mila persone» infoibate e un esodo di circa 350 mila istriani, fiumani e dalmati, denunciando come la scuola e le Istituzioni avrebbero taciuto per non mettere in discussione una parte politica ben precisa.
​Il consigliere leghista ha rivendicato l’attività del Comitato 10 Febbraio, di cui fu referente in Valle d’Aosta a metà anni Duemila, e il parco dedicato ai Martiri delle Foibe ad Aosta, nato da una sua proposta in Consiglio comunale. Ha inoltre citato un editoriale de “l’Unità” del 1946 per mostrare, nella sua lettura, come una parte del mondo comunista dell’epoca guardasse con ostilità agli esuli, considerandoli «relitti repubblichini» e non degni di solidarietà.

Su un registro diverso ma convergente nella condanna degli eccidi, Loredana Petey (Union Valdôtaine) ha insistito sul dovere morale di ricordare «migliaia di italiani, donne e uomini profondamente legati alle terre di confine orientale», travolti dall’odio e dalla violenza, e gli oltre 300mila esuli che, dopo il Trattato di Parigi, scelsero di lasciare tutto pur di non rinunciare alla loro identità. Per Petey, in una regione autonoma e di confine come la Valle d’Aosta, che conosce bene il legame tra popolo, lingua e territorio, la memoria delle foibe «non appartiene a una sola parte politica» ma è patrimonio comune nazionale ed europeo.

Un accento molto netto sulla necessità di non relativizzare le condanne è arrivato anche dal capogruppo unionista Aurelio Marguerettaz, che ha messo in guardia dal rischio di «condanne con il “però”»: commemorazioni come il Giorno del Ricordo, ha detto, devono servire a «dissociarci dalla violenza» senza distinguo, perché «il male è il male» e «si condanna senza ma, senza però».

Dal versante della destra, Massimo Lattanzi (Fratelli d’Italia) ha scelto invece la linea del silenzio: dopo aver constatato che anche in questa ricorrenza «i momenti di ricordo e memoria, invece di unirci, continuano a dividerci», ha annunciato per il suo gruppo un «silenzio assordante», accompagnato dalla sola espressione di cordoglio per tutte le vittime e di ferma condanna di ogni estremismo, nazista, fascista, comunista o religioso.

La commemorazione del Giorno della Memoria da parte del Comitato 10 Febbraio di Aosta

La commemorazione del Giorno della Memoria da parte del Comitato 10 Febbraio di Aosta

Centoz, Minelli e Guichardaz: complessità storica e rifiuto dell’uso identitario

Sul fronte opposto, le voci del Partito Democratico – Federalisti Progressisti e AVS – Rete Civica VdA hanno puntato sulla complessità della storia del confine orientale e sulla necessità di evitare letture unilaterali o strumentali.

Fulvio Centoz (PD-FP) ha ricordato che le foibe e l’esodo sono il frutto di un intreccio di nazionalismi, guerre, politiche di italianizzazione forzata e violenze incrociate, in cui i civili sono finiti nel mezzo di logiche di contrapposizione identitaria. La memoria, ha sottolineato, «non è una classifica del dolore» ma «un dovere di verità e responsabilità»: il contrario della memoria, più che l’oblio, è «l’uso politico del ricordo». Da autonomista ed europeista, Centoz ha legato il Giorno del Ricordo al progetto di un’Europa nata per impedire il ritorno delle tragedie del Novecento e ha invitato a rafforzare la cultura della convivenza e a rifiutare ogni nazionalismo aggressivo, ricordando che una democrazia che perde memoria diventa più fragile.​

Chiara Minelli (AVS – Rete Civica VdA) ha insistito sul bisogno di «rigore e responsabilità» nella commemorazione: è «giusto e corretto» ricordare le vittime delle foibe e l’esodo forzato, ma la storia del confine orientale è segnata anche dal fascismo, dall’occupazione italiana nei Balcani e da violenze di segno diverso, che non possono essere rimosse. La condanna dei massacri delle foibe, ha detto, per il suo gruppo è «netta», così come è netta la condanna di tutte le violenze del Novecento, incluse quelle commesse dall’Italia fascista, di cui resta ancora poca consapevolezza pubblica.
​Minelli ha evocato il racconto di un anziano del suo paese, ex combattente in Jugoslavia che «non osava rievocare» ciò che avevano fatto gli italiani, per sottolineare che non può esistere una memoria credibile se si selezionano le vittime o si cancellano le responsabilità storiche. Da qui il rifiuto di fare del 10 febbraio una «giornata identitaria» o un’occasione per alimentare contrapposizioni nazionalistiche, e l’appello a una lettura storica «seria, critica e completa», coerente con la vocazione valdostana al rispetto delle minoranze e al rifiuto di ogni nazionalismo aggressivo.

Su un registro analogo si è espresso Jean‑Pierre Guichardaz (PD‑FP), che ha definito il Giorno del Ricordo una ricorrenza che chiede «sobrietà, conoscenza e rispetto» e ha messo in guardia contro la tentazione di usare il dolore delle vittime per irrigidire i posizionamenti ideologici. La vicenda giuliano‑dalmata, ha sottolineato, intreccia politiche di italianizzazione forzata tra le due guerre, la violenza del conflitto mondiale e, successivamente, una violenza «di segno opposto» altrettanto brutale: ridurla a schemi semplici significa fare un torto a chi l’ha vissuta.
​Guichardaz ha respinto l’idea che la scuola non ne abbia mai parlato, richiamando la propria esperienza di lavoro con le associazioni degli esuli e con il mondo dell’istruzione, e ha ribadito che la richiesta che arriva dai testimoni non è di usare la memoria «contro qualcuno», ma di non appropriarsene e di non «tirarla per la giacchetta».​

Marco Sorbara in Consiglio Valle durante il dibattito sul Giorno del Ricordo

Marco Sorbara in Consiglio Valle durante il dibattito sul Giorno del Ricordo

Memoria e responsabilità nel presente

Accanto al confronto storico‑politico, alcuni interventi hanno collegato esplicitamente il Giorno del Ricordo a questioni contemporanee. Marco Sorbara (Forza Italia) ha avvertito che la memoria, se non genera responsabilità politica, rischia di diventare una «celebrazione sterile». Le foibe, ha detto, sono il punto di arrivo di un processo in cui l’essere umano viene spogliato di dignità e voce prima ancora di essere eliminato: ogni volta che un’istituzione smette di interrogarsi sulle condizioni in cui esercita il potere, si apre una frattura democratica.
​Richiamando le sue recenti visite in istituti penitenziari italiani, Sorbara ha descritto sovraffollamento, isolamento protratto e carenze nella tutela della salute mentale come segnali di un sistema che «regge sulla normalizzazione del disagio». Anche se la Regione non ha competenza diretta sulle carceri, ha aggiunto, ha responsabilità su sanità, assistenza e reinserimento: ricordare le foibe oggi significa anche impedire che l’indifferenza diventi «metodo di governo» ed affermare che nessun essere umano può diventare invisibile per lo Stato.

In controluce, il dibattito ha mostrato dunque due linee principali: da un lato, quella che insiste sul lungo silenzio, sulla matrice comunista delle persecuzioni e sulla necessità di condanne senza distinguo; dall’altro, quella che chiede una memoria capace di tenere insieme tutte le vittime e tutte le responsabilità, rifiutando letture selettive e usi identitari del passato.
Su un punto, però, l’aula si è ritrovata: le foibe e l’esodo giuliano‑dalmata restano «una delle pagine più dolorose» della storia italiana, che chiede rispetto, sobrietà e la consapevolezza che ricordare non significa restare prigionieri del passato, ma dimostrarsi all’altezza del futuro.

La commemorazione della Questura di Aosta in memoria di Giovanni Palatucci

La commemorazione della Questura di Aosta in memoria di Giovanni Palatucci

Un ulivo alla memoria di Giovanni Palatucci

Nel quadro delle iniziative legate al Giorno del Ricordo, in Valle d’Aosta si è aggiunto anche un gesto simbolico promosso dalla Questura di Aosta: nella mattinata di martedì 10 febbraio, presso la Fondazione sistema Ollignan di Quart, la Polizia di Stato ha dedicato un ulivo alla memoria di Giovanni Palatucci, ultimo questore italiano di Fiume, morto il 10 febbraio 1945 nel campo di concentramento nazista di Dachau, Medaglia d’oro al Merito civile e riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato dal genocidio molti ebrei italiani e stranieri.
L’albero, donato dalla stessa Fondazione, è accompagnato da una targa commemorativa che ricorda le gesta del “poliziotto eroe” e intende trasmettere, a chi frequenterà il sito, il suo nome e il significato del suo sacrificio. Un’iniziativa che si affianca alle celebrazioni istituzionali del Consiglio Valle, aggiungendo alla riflessione sulle foibe e sull’esodo giuliano‑dalmata anche il richiamo alla figura di un servitore dello Stato caduto nei lager nazisti per aver scelto di disobbedire alle leggi razziali.