La Valle d’Aosta si schiera con le altre Regioni contro il decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica che fissa il “tasso massimo di prelievi” del lupo: nella Commissione politiche agricole, Speranza Girod, assessora regionale all’agricoltura ha espresso parere negativo sullo schema di provvedimento ed ha chiesto, insieme agli altri colleghi, un confronto diretto con il ministro Gilberto Pichetto Fratin.
Che cosa prevede il decreto sul lupo
Lo schema di decreto contestato definisce il “tasso massimo di prelievi” di Canis lupus, cioè il numero massimo di lupi che, in teoria, potrebbero essere oggetto di abbattimento o cattura selettiva senza compromettere uno “stato di conservazione soddisfacente” della specie, come richiesto dalla direttiva Habitat 92/43/CEE. In pratica, il decreto serve a fissare un tetto nazionale, da usare come riferimento quando Regioni e Province autonome chiedono deroghe agli articoli 14 e 16 della direttiva, che consentono interventi eccezionali su specie protette (per prevenire danni gravi alle attività zootecniche, ridurre rischi per la sicurezza, ecc.).
Secondo la bozza elaborata dal Ministero su proposta di Ispra, il tetto di prelievo “cautelativo” sarebbe compreso tra il 3 e il 5 per cento della popolazione stimata, prendendo a base l’unica indagine nazionale completa 2020‑2021 che quantifica in circa 3.300 gli esemplari presenti in Italia. Questo si tradurrebbe in un massimo teorico di circa 160 lupi prelevabili in un anno sull’intero territorio nazionale, con una ripartizione per quota tra Regioni e Province autonome allegata al decreto.
Il provvedimento si inserisce nel nuovo quadro normativo aperto dal decreto del 6 novembre 2025, pubblicato a gennaio 2026, che ha “declassato” il lupo nel regolamento di attuazione della direttiva Habitat: da specie “che richiedono una protezione rigorosa” a specie per la quale sono ammesse misure di gestione, pur restando protetta a livello europeo. Il Ministero e la maggioranza di governo presentano questo passaggio come uno strumento per consentire interventi mirati e non “libera caccia”, sottolineando la necessità di coniugare tutela della biodiversità, sicurezza delle comunità e salvaguardia della zootecnia.

Il ministro Gilberto Picchetto Fratin
Perché la Valle d’Aosta e le Regioni dicono no
L’Amministrazione regionale sottolinea che il parere contrario nasce dalle “criticità evidenziate nel documento tecnico predisposto”, che richiama puntualmente gli elementi di preoccupazione sull’impostazione del decreto e sulle possibili ricadute sui territori. In Commissione politiche agricole, gli assessori regionali hanno condiviso un giudizio negativo: il testo, così com’è, non convince né dal punto di vista scientifico né da quello operativo.
Una delle obiezioni centrali riguarda la base dati: il tasso di prelievo viene calcolato su stime 2020‑2021 che molte Regioni giudicano ormai datate e non sufficientemente rappresentative delle dinamiche recenti di espansione del lupo in diverse aree del Paese. L’assessore della Campania, che aveva già formalizzato un “no” allo schema di decreto, ha parlato di “numero astratto e inapplicabile” senza monitoraggi aggiornati e capillari sulla consistenza delle popolazioni e sulla loro distribuzione territoriale.
Altre perplessità riguardano l’automatismo del tetto teorico: definire una quota nazionale di 160 esemplari potrebbe essere interpretato, sul piano politico e comunicativo, come una “licenza” di abbattimento generalizzata, mentre la direttiva europea richiede comunque verifiche caso per caso, motivazioni puntuali e il rispetto rigoroso del principio di proporzionalità. Inoltre, il decreto non scioglie del tutto i nodi di coordinamento con la normativa interna (come la legge 157/1992, che considera ancora il lupo specie particolarmente protetta) e rischia di lasciare incertezza applicativa alle strutture regionali chiamate ad autorizzare gli interventi.
Per la Valle d’Aosta, che vive in prima linea il conflitto tra predazioni sui pascoli e conservazione della fauna selvatica, il timore è duplice: da un lato, che uno strumento pensato per “aiutare” i territori si riveli, con questi presupposti, poco efficace o difficilmente utilizzabile; dall’altro, che una gestione centralizzata e basata su dati non aggiornati non tenga conto delle specificità delle regioni alpine, dove l’impatto sugli allevamenti e sulla vita delle comunità è particolarmente intenso.

L’assessora regionale all’agricoltura Speranza Girod con il deputato Franco Manes
La richiesta di confronto con il Ministero
Nel corso della stessa seduta, gli assessori hanno concordato l’invio di una nota al ministro Pichetto Fratin per chiedere un incontro istituzionale di approfondimento sul decreto. L’obiettivo è provare a correggere il testo prima della sua adozione definitiva in Conferenza Stato‑Regioni, chiarendo meglio criteri, basi scientifiche e modalità di applicazione, e valutando se il tetto di prelievo possa davvero essere uno strumento utile per i territori e non solo un “numero politico”.
«È fondamentale un confronto costruttivo con il Ministero competente – ha spiegato Speranza Girod – nella consapevolezza della necessità, ormai urgente, di coniugare la tutela della specie con la salvaguardia delle attività agricole e zootecniche, nonché della sicurezza e della sostenibilità delle comunità di montagna». Una linea che, almeno sul piano delle richieste formali, appare condivisa anche da altre Regioni: gestione del lupo sì, ma con dati aggiornati, strumenti chiari e un coinvolgimento reale dei territori nella definizione delle regole.








