La seduta del Consiglio comunale di Aosta di mercoledì 27 maggio 2026 ha trasformato il Servizio di assistenza domiciliare (SAD) e, più in generale, il sistema dei servizi sociali del capoluogo regionale in un vero e proprio campo di battaglia politico, dentro e fuori dall’aula. Al centro dello scontro ci sono i numeri rivendicati dall’assessore Marco Gheller, contrapposti al racconto degli esponenti dell’opposizione, che ha parlato di «turni disumani», pasti recapitati in condizioni discutibili e clochard gestiti più a colpi di post sui social che con strumenti di pronto intervento sociale.
Sullo sfondo, una discussione che dal Palazzo si è rapidamente trasferita proprio sui social, tra accuse di «beneficenza istituzionale», paragoni con la ciotola del cane ed appelli a non trasformare il welfare cittadino in una guerra di slogan.
I numeri del Servizio di assistenza domiciliare
Gheller, rispondendo alle interpellanze e mozioni presentate da Sonia Furci, Christian Chuc e Cristina Dattola, ha rivendicato, orgogliosamente, che nei primi quattro mesi del 2026 il SAD ha erogato oltre 17.700 ore di interventi a circa trecento utenti, pari a circa 4.400 ore al mese, mentre il servizio di consegna pasti produce e distribuisce ogni giorno una sessantina di pasti a domicilio, 365 giorni l’anno, a costi che l’Amministrazione comunale ha definito «contenuti».
Numeri che per la Giunta certificano il SAD come «uno dei pilastri del welfare cittadino», ma che per l’opposizione, che ha effettuato la divisione matematica ed è arrivata ad una media di 13 ore mensili per utente, dimostrano piuttosto un sistema sotto pressione, dove tra igiene, spostamenti e pasti il rischio è quello di «lavare gli anziani una volta ogni tre giorni».

Marco Gheller, assessore comunale alle politiche sociali
Il fronte caldo del SAD
Le critiche sono arrivano soprattutto dalla mozione di Sonia Furci, che parlava di «dignità degli utenti» ed portato in Aula una serie di casi concreti raccolti tra famiglie e caregiver: anziani alzati verso le ore 10‑10.30, pranzo servito già alle 11‑11.30 e rientro a letto attorno alle 18‑18.30, con lunghe ore di immobilità per persone non autosufficienti e con lesioni da decubito. La mozione ha sottolineato come, in alcuni nuclei, la mancanza di spazi adeguati e di sollevatori utilizzabili abbia costretto le famiglie «a sacrificare il salottino» pur di permettere le manovre agli operatori, senza che le richieste di alloggi più adatti trovassero ancora risposta.
Furci non ha messo sotto accusa gli operatori, anzi ha ringraziato OSS e cooperative, ma ha denunciato «la sensazione di non essere ascoltati» espressa da molti caregiver ed ha chiesto sia verifiche sull’organizzazione dei turni sia l’audizione in terza Commissione di utenti e famiglie, per permettere un confronto diretto e pubblico. Richiesta che Marco Gheller ha respinto, temendo «la spettacolarizzazione dei casi» e rinviando la questione alle assistenti sociali «che ogni giorno stanno sul territorio».
Nel quadro tracciato dall’assessore rientra anche il capitolo personale, attribuendo parte delle criticità alla difficoltà di reperire OSS: «molte – ha spiegato – dopo la formazione scelgono concorsi pubblici o, più spesso, la Svizzera», dove stipendi e condizioni sono più attrattivi. Furci, che di quel “pendolarismo” verso l’estero ha esperienza diretta, ha replicato ricordando che «se chi ha competenze e passione scappa oltreconfine non è per capriccio, ma perché qui non trova valorizzazione» e che il rischio è quello di lasciare il SAD «sempre più sulle spalle di pochi, spremuti fino all’osso». L’assessore ha ribattuto rivendicando «il buon livello» del modello aostano rispetto ad altre regioni e parlando di libero mercato del lavoro: «manca solo che obblighiamo qualcuno a restare da noi», ma ha concordato sul fatto che, in un servizio «di trincea» come l’assistenza domiciliare, condizioni e riconoscimento pesano almeno quanto i numeri in bilancio.

Una delle foto dei pasti consegnati dal SAD diffuse dalla consigliera Cristina Dattola
Pasti a domicilio e ciotole (non solo per cani)
Cristina Dattola ha puntato invece il dito sulla gestione degli orari, descritti come «caotici e imprevedibili», sul servizio pasti a domicilio, definito «strutturalmente il punto più allarmante». Nelle segnalazioni raccolte tra le famiglie compaiono contenitori deformati o schiacciati, minestre arrivate a destinazione con la parte liquida riversata nei sacchetti, componenti mancanti del menù (pane, frutta), e perfino «corpi estranei» nei vassoi, insieme ad episodi di scarsa educazione di qualche operatore.
Gheller ha difeso la cucina della RSA Bellevue, dove si preparano e si confezionano i pasti per il SAD, definendo «di prima qualità» le materie prime, ricordando che i pasti sono completi (primo, secondo, contorno e dolce) e annunciando l’arrivo, da giugno, di nuovi contenitori compostabili pensati per ridurre le fuoriuscite dei liquidi. L’assessore ha rivendicato i controlli del NAS che non hanno rilevato problematiche ed ha ringrazia pubblicamente OSS, cuoche e personale delle cooperative, definendo «ingiusto» mettere in discussione il loro lavoro sulla base di singoli episodi.
A ribaltare il tono ci ha pensato Giovanni Girardini, che dopo aver premesso di non prendersela con gli operatori ma con il sistema, ha evidenziato che «neanche la ciotola del mio cane» viene presentata come certi pasti documentati nelle foto circolate tra i consiglieri. Gheller ha replicato, in Aula e poi sui social, accusando l’opposizione «di trasformare criticità reali in un attacco generalizzato al welfare cittadino» e sottolineando che «chi ogni giorno entra nelle case delle persone fragili merita rispetto, equilibrio e un po’ meno slogan, anche quando siamo in campagna permanente sui social».
Girardini, dal canto suo, lo ha invitato «a vergognarsi» per avergli attribuito un attacco agli operatori che rivendica di aver difeso, ribadendo che «il vanto è un’altra cosa» se il sistema non riesce a garantire standard dignitosi e personale sufficiente.
A dare voce alla parte gestionale del sistema è intervenuto, nella stessa discussione sui social, anche Francesco Buratti, referente dell’area anziani per i gestori dei servizi comunali e dirigente della cooperativa Leone Rosso, che per conto del Comune segue diverse strutture residenziali e servizi rivolti agli anziani. Buratti ha invitato a non trasformare «due foto» in una sentenza sul welfare cittadino, ricordando che in Valle d’Aosta il minutaggio assistenziale per gli anziani è più alto della media nazionale e di molte RSA piemontesi, sostenendo che i servizi alla persona non possano essere giudicati senza «evidenze reali e verificabili».
Girardini ha replicato chiedendosi se il parametro debba essere davvero «chi fa peggio» ed ha accusato Buratti di arroganza, mentre il dirigente ha insisteto sul fatto che il sistema aostano vada valutato conoscendo ruoli, regole e limiti della coprogettazione, non soltanto sull’onda della polemica social.
Il risultato è che, attorno al SAD e ai pasti a domicilio, la discussione non oppone più soltanto maggioranza e minoranza, ma coinvolge direttamente anche chi, nel terzo settore, quei servizi li organizza e li gestisce ogni giorno.

‘Casa Benedino’, uno dei due dormitori regionali
Clochard, “beneficenza istituzionale” e la coda social
Sul tema dei senza tetto, di cui si era già scritto a proposito delle foto postate sui social e dello scontro su privacy, GDPR e odio online, il Consiglio comunale ha discusso due interpellanze: quella di Furci sulle emergenze sociali e quella di Christian Chuc sul fenomeno crescente delle persone senza fissa dimora tra stazione ferroviaria, centro storico, ospedale e scuole. Chuc ha evitato di usare immagini, «per rispetto e dignità» delle persone, ma ha descritto scene di bivacchi in via Croce di Città ed una persona riversa a terra in piazza San Francesco «in evidente stato alterato», davanti all’ingresso scolastico, chiedendo numeri, Piani e una strategia che tenga insieme decoro e diritti.
Gheller ha minimizzato la dimensione del fenomeno, parlando «di tre o quattro» clochard stabili in centro, tutti «mappati e seguiti» dai servizi sociali, talvolta proprietari di alloggi ma legati per ragioni psicologiche o psichiatriche alla vita in strada, definendo Aosta una città dove «questo problema di fatto non esiste», visto che basta un caso virale sui social per riempire l’agenda del dibattito. L’assessore ha respinto l’idea di istituire un fondo comunale di pronta disponibilità economica, giudicato «discrezionale» e quindi più vicino alla «beneficenza» che allo Stato sociale, indicando come risposta la collaborazione con Regione, Caritas e cooperative, tramite strutture come Casa Benedino e il dormitorio di viale San Bernardo.
Sonia Furci ha insistito sul fatto che, se consiglieri e privati cittadini arrivano a pagare di tasca propria ostelli e coperte a chi dorme in macchina, «qualcosa non funziona» nel pronto intervento sociale, al di là dei tecnicismi su competenze e bilanci. Ed è difficile non notare come la discussione, dopo l’esplosione sui social per le foto dei senza tetto e le accuse di «spettacolarizzazione del disagio», rientri ancora una volta in aula per la porta stretta dei numeri («massimo quattro clochard») e delle procedure, mentre la percezione in città resta quella di un confine sempre più sottile tra solidarietà, sicurezza e decoro.

Giovanni Girardini in Consiglio comunale ad Aosta
E fuori dall’aula, il match continua sui social
Il dopo‑Consiglio si è spostato subito online, con il post di Girardini che ha definito «surreale» la seduta ed ha contestato la narrazione di Gheller, e la replica dell’assessore che ha titolato la sua risposta «A difesa dei servizi sociali e di chi ci lavora». Il confronto è deragliato presto sul tono, con l’accusa reciproca di «slogan» da campagna elettorale permanente e di «arroganza» nel rivendicare competenza tecnica su servizi complessi senza portare «evidenze verificabili», mentre da casa sono arrivate testimonianze opposte: c’è chi, come un familiare che ha raccontato di usare il SAD, dice di non potersi lamentare e ringrazia la cooperativa per la puntualità e la professionalità e c’è chi ha ribadito la lunga lista di lamentele sulle consegne dei pasti e sugli orari ballerini.
In mezzo, le battute grevi dell’aula, dal paragone con «la ciotola del cane» alle allusioni al «fuoco sacro» dellei OSS che, a certe condizioni, scappano in Svizzera appena possono, restituiscono un clima in cui sul welfare cittadino si gioca una partita che è insieme politica, identitaria e, sempre più spesso, social‑mediata.












