Il Premio Letterario Valle d’Aosta alla seconda edizione ha trovato un equilibrio sobrio: niente fuochi d’artificio, ma un palmarès coerente con l’idea di un riconoscimento che guarda alla fragilità contemporanea, mentale, familiare e sociale, senza paura di linguaggi complessi.
“Lo sbilico” e gli altri finalisti: mente, famiglie e Nordest
Il super vincitore è Alcide Pierantozzi con “Lo sbilico” (Einaudi), un romanzo in forma di autofiction che prova a raccontare la malattia mentale «da dentro», mentre il protagonista vive crisi, allucinazioni, diagnosi e ricoveri come un continuo «sbilico» dell’io. La voce in prima persona salta avanti e indietro nel tempo, mescola farmaci, ricordi, esercizi in palestra, frasi che si spezzano e immagini improvvise: non è un diario clinico in senso stretto, ma un tentativo di dare una lingua al collasso psichico, con una prosa che alterna precisione quasi medica e improvvisi scarti visionari.
La giuria ha sottolineato come il libro forzi la lingua stessa per dire ciò che di solito resta indicibile «reiventando l’italiano»: Pierantozzi mescola tradizione novecentesca, memoria familiare e racconto clinico, con uno stile che alterna lucidità chirurgica e scarti visionari, trasformando il disturbo psichico in materia narrativa e in occasione di riflessione sulla scrittura come unica, paradossale forma di salvezza.
È un romanzo che chiede molto al lettore, ma restituisce un’esperienza di immersione rara nella mente che soffre.

Teresa Ciabatti, autrice di ‘Donnaregina’
Accanto a lui, in terna c’era “Donnaregina” di Teresa Ciabatti (Mondadori), che parte dall’incontro–intervista con un superboss della camorra per spostarsi subito sul terreno della famiglia e dei legami spezzati, facendo incontrare due mondi che non dovrebbero incrociarsi: una giornalista e madre che ha sempre scritto di famiglie e adolescenti e un boss storico della camorra, Giuseppe Misso detto ’o Nasone, condannato per decine di omicidi e reati di mafia. L’incarico di intervistarlo, lui che alleva colombi, crede agli ufo e coltiva nostalgie private, diventa un viaggio ambiguo, fatto di confessioni, manipolazioni e specchi: quella che dovrebbe essere “solo” una storia criminale si sposta sul terreno dei legami affettivi feriti, dei genitori inadeguati e dei figli che sembrano irrimediabilmente lontani.
Più che ricostruire una carriera criminale, Ciabatti segue le crepe emotive dei personaggi: la vulnerabilità di Misso quando parla degli affetti perduti, la protagonista che, cercando il figlio del boss per le strade di Napoli, capisce di rincorrere anche la propria figlia adolescente, scivolata in una zona d’ombra. Ne esce un romanzo ibrido, tra reportage e autofiction, che usa il “superboss” come lente deformante per guardare la famiglia contemporanea.
La menzione speciale della giuria popolare è andata a “8.6 gradi di separazione” di Giulia Scomazzon (nottetempo), romanzo che ha convinto i cento lettori valdostani chiamati a votare online.
Il libro non è tanto una trama classica quanto un flusso stratificato di scene, pensieri, autoassoluzioni e ricadute: Scomazzon racconta una terra senza tenerezza, dove l’alcol e il disincanto diventano modi di autoconservazione, e lo fa con una voce ironica, auto‑analitica, capace di tenere insieme degrado e lucidità. Per la giuria popolare, è forse proprio questa aderenza a un disagio quotidiano riconoscibile ad aver reso il romanzo il più vicino, e votato.
Al centro c’è Alice, una trentenne del Nordest, insegnante precaria e disillusa, che regge giornate di lavoro e relazioni sfilacciate a colpi di birre “8.6”, superalcolici e pasticche, in un paesaggio di provincia dove l’alcol è lubrificante e anestetico. Il libro procede per episodi, hangover e pensieri corrosivi: niente redenzioni facili, ma un senso di deriva quotidiana raccontato con una voce che alterna sarcasmo e sconforto e mette a fuoco una generazione che si percepisce irrimediabilmente fuori fuoco.

Giulia Scomazzon, autrice di ‘8.6 gradi di separazione’
Mentre tutto brucia, un esordio nel fuoco delle relazioni
La menzione “opera prima” ha premiato invece Paulina Spiechowicz per “Mentre tutto brucia” (Nutrimenti), storia di crescita e ribellione che parte dal litorale romano degli anni Novanta, tra Ostia e il campo profughi di Castel Fusano, dove si incrociano famiglie polacche emigrate, ragazzi sospesi e violenze che covano sotto la superficie. Il romanzo segue soprattutto Beatrice e Kamil, travolti da un’estate di incendi reali e metaforici, tra amori tossici, razzismo strisciante, sogni di fuga e il peso delle aspettative genitoriali.
La forza del libro sta nel modo in cui Spiechowicz fa sentire, quasi fisicamente, la paura che precede la violenza, in famiglia, nelle relazioni sentimentali, nelle dinamiche di branco, e nel percorso faticoso con cui la protagonista prova a ritagliarsi una via di libertà. Non c’è compiacimento nel racconto del male, ma un’attenzione continua ai dettagli emotivi che precedono lo strappo definitivo con ciò che imprigiona.

Paulina Spiechowicz, autrice di ‘Mentre tutto brucia”
Il Paese che conta, quando i numeri hanno un volto
La menzione saggistica dedicata al tema del confine è andata a Linda Laura Sabbadini per “Il Paese che conta. Come i numeri raccontano la nostra storia” (Marsilio), un libro che tiene insieme autobiografia professionale e narrazione statistica. Sabbadini, storica dirigente dell’Istat, ripercorre decenni di dati sulla società italiana, dal dopoguerra ad oggi, mostrando come le statistiche possano dare voce agli invisibili, far emergere disuguaglianze e trasformazioni spesso ignorate, in particolare sul fronte del lavoro femminile, della povertà, dei diritti civili.
Il saggio insiste sull’idea che “ciò che non si misura non esiste”: scegliere cosa contare, e come, è un atto intrinsecamente politico, che sposta confini tra chi entra o meno nel racconto pubblico del Paese. Lontano da grafici e tecnicismi, il libro usa gli episodi della vita dell’autrice per spiegare perché i numeri siano una bussola per orientarsi nel presente e un presidio di democrazia contro le fake numbers.

Linda Laura Sabbadini, autrice di ‘Il Paese che conta’
Un premio giovane che cerca continuità
La seconda edizione si inserisce in un disegno che l’organizzazione prova a rendere continuativo: un premio curato da una giuria stabile e riconoscibile, Paolo Giordano, Laura Marzi, Stefano Petrocchi, Veronica Raimo e Simonetta Sciandivasci, che punta sulla narrativa italiana contemporanea e affianca, fin dall’inizio, due elementi identitari: l’attenzione per gli esordi e una sezione di saggistica dedicata “al confine”, inteso in senso geografico, sociale, biografico.
Già la prima edizione aveva fissato questa linea, premiando Dario Voltolini per “Invernale” (La nave di Teseo), memoir asciutto e doloroso sulla malattia e morte del padre macellaio, nato da un incidente minimo, un coltello che taglia un dito, che diventa il punto di non ritorno di una relazione. Le menzioni erano andate allora a “Gli straordinari” di Edoardo Vitale (Mondadori), romanzo d’esordio che mette in scena un gruppo di giovani in un’Italia disallineata, e ad “Il senso della natura” di Paolo Pecere (Sellerio), saggio che attraversa vent’anni di viaggi e riflessioni sui confini tra umano e non umano, filosofia e paesaggio.
Tra prima e seconda edizione, al di là dei nomi, si riconosce una coerenza: il Premio letterario Valle d’Aosta non costruisce un “caso mediatico”, ma prova a ritagliarsi un ruolo discreto e serio nel circuito, mettendo al centro libri che interrogano la fragilità, mentale, sociale, generazionale, ed un territorio, quello italiano, letto tanto dai romanzi quanto dai numeri.










