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Cattaneo e Quirico ad Aosta: Regeni diventa una domanda su libertà di ricerca e di stampa

pubblicato sabato 16 Maggio 26 • h. 15

realizzato da aostapresse.it

Cattaneo e Quirico ad Aosta: Regeni diventa una domanda su libertà di ricerca e di stampa

di aostapresse.it | Sab 16 Mag 26 • h. 15

L'esposizione della bandiera 'Verità per Giulio Regeni' durante l'incontro di Aosta

“Quale responsabilità ci assumiamo verso la verità e verso lo spazio pubblico che abitiamo?”. È il filo rosso che ha attraversato l’incontro “Libertà sotto pressione? Stampa e ricerca tra minacce e resistenze”, tappa valdostana del progetto nazionale “Le università per Giulio Regeni, voluto dalla senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo ed ospitato dall’Ateneo aostano martedì 12 maggio 2026 insieme al giornalista e inviato di guerra Domenico Quirico.

Cattaneo: «Giulio siamo noi, la ricerca non può accettare condizionamenti»

Per Cattaneo, Regeni non è «un caso» ma «uno di noi», un giovane ricercatore che aveva scelto di andare «lì dove si cercano le risposte alle domande brucianti a cui dedichiamo la vita». La senatrice ha insistito sul fatto che l’università è il luogo naturale per accogliere il docufilm “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, prodotto da Fandango con la regia di Simone Manetti, perché in quella storia «si intrecciano diritto, antropologia, relazioni internazionali, scienze politiche, linguaggi» e si vede un ricercatore che non era affatto sprovveduto, capace di parlare sei lingue, incluso l’arabo.
Elena Cattaneo ha ricordato il cuore delle domande di Regeni: capire come, nell’Egitto post-rivoluzionario, i sindacati degli ambulanti utilizzassero i nuovi «spazi di agibilità politica» per difendere i diritti dei lavoratori. È una formula che lei stessa ha definito «affascinante» perché parla di libertà concreta, di margini aperti per la giustizia sociale, non di astrazioni.

La scienziata ha insistito sulla postura etica del ricercatore: nel frammento di video in cui l’ambulante che lo tradirà cerca di comprometterlo, Regeni «fa muro», rifiuta qualsiasi condizionamento che potrebbe falsare il suo lavoro: «un ricercatore sa che la verità non si può compromettere mai – ha affermato Cattaneo – e che ogni compromesso tradisce non solo il proprio lavoro, ma il diritto di tutti a sapere».
Da qui l’invito a non fermarsi all’emozione: secondo Elena Cattaneo, se alla fine del film ognuno decidesse di «riempire il proprio metro quadro di spazio pubblico», con una lettera alla famiglia Regeni, una richiesta al Governo, una presa di posizione pubblica, allora avremmo «trasformato l’emozione in responsabilità, l’indignazione in partecipazione». Solo così, ha concluso, potremo pronunciare il nome di Giulio «con tutta la dignità e la forza che merita».

Il tavolo dei relatori dell'incontro aostano, con in primo piano la senatrice Elena Cattaneo

Il tavolo dei relatori dell’incontro aostano, con in primo piano la senatrice Elena Cattaneo

Libertà accademica e democrazia: «non basta la libertà di espressione»

Accanto a Cattaneo, la politologa Franca Roncarolo, presidente della Società italiana di scienza politica, ha allargato lo sguardo sul tema della libertà accademica. Non si tratta, ha spiegato, di una generica libertà di espressione, ma del dovere dell’università di cercare «le domande giuste» e di insegnare a partire da una ricerca viva, alimentata ogni giorno dalle sfide del presente.
La libertà accademica, ha aggiunto, è fragile anche nelle democrazie, perché dipende dalle condizioni materiali in cui lavorano ricercatori e docenti, dall’esistenza di reti di protezione per gli studiosi «a rischio» e da una consapevolezza collettiva che la ricerca produce beni pubblici. In questo quadro Roncarolo ha ricordato il lavoro di Scholars at Risk, la rete internazionale che offre protezione agli studiosi minacciati e che riguarda tanto chi vive in regimi repressivi quanto chi, come Regeni, si espone sul campo per cercare risposte necessarie per tutti.

Domenico Quirico durante il suo intervento ad Aosta

Domenico Quirico durante il suo intervento ad Aosta

Quirico: «Io non conosco la verità, conosco solo la realtà che vedo»

La parte più dura della serata è arrivata con le parole di Domenico Quirico, che ha portato nell’aula magna dell’UniVdA la radicalità del mestiere del reporter. Il nodo per lui non è chi paga lo stipendio dei giornalisti, ma la capacità, o l’incapacità, di rispondere a una domanda etica di fondo: «che rapporto c’è tra quello che racconto e la realtà?».
Quirico ha messo in guardia dall’illusione di potersi proclamare narratori della “verità”: «la verità è una parola che io non conosco – ha detto – io conosco solo la realtà». La verità, ha spiegato, è molteplice, stratificata, mentre il compito del giornalista è raccontare «solo la realtà che vede», quella a cui ha avuto accesso con il proprio corpo e la propria esperienza.

È qui che, per il reporter, il giornalismo contemporaneo fallisce: non perché esistano editori «cattivi» o «buoni», ma perché i giornali troppo spesso non rispecchiano questa responsabilità elementare verso il reale. «Se io mi incarno come narratore della verità – ha affermato – commetto un errore capitale». Il conflitto, ha aggiunto, non è astratto: ha a che fare con il modo in cui si raccontano le guerre, i migranti, le periferie, ma anche con lo sguardo che si posa su luoghi apparentemente marginali come Aosta o Catanzaro.
In questo senso, ha sottolineatoi, non serve andare in trincea per misurarsi con quella domanda: «non è che io devo andare in Catanzaro per pormi questa domanda, lo posso fare qui ad Aosta o da qualsiasi altro posto». Se il giornalista non accetta questo limite, quello di raccontare ciò che ha visto, distinguendo sempre tra realtà e interpretazione, tradisce non solo il proprio mestiere, ma anche i lettori «che hanno il diritto di chiedere responsabilità morale».

si ringrazia Elena Meynet per la gentile collaborazione