Una vittoria in Coppa del Mondo e un’intervista in ladino. Fine. Invece no: per Nicol Delago, sciatrice gardenese, la festa dopo il successo in discesa libera a Tarvisio si è trasformata in un caso di insulti online, con commenti ostili e sarcasmi rivolti non alla prestazione sportiva, ma alla lingua usata in una dichiarazione di 12 secondi a Rai Ladinia.
“Lealtà monolingue” e scherno sulla lingua
A raccontare la deriva è anche l’Andreas-Hofer-Bund für Tirol, che parla di social “dominati da richieste di lealtà monolingue” e di scherno verso la lingua madre dell’atleta. Il presidente Alois Wechselberger ha espresso «incondizionata solidarietà», ricordando che lo sport dovrebbe unire e che nessuno dovrebbe essere attaccato per cultura e identità.
Sulla vicenda è intervenuto Luca Guglielmi assessore alle minoranze linguistiche della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol, definendo gli attacchi «gravi e preoccupanti» e parlando di «un clima inquietante» fatto di richieste di uniformità linguistica che negano pluralismo e diversità: «il ladino… non è un elemento divisivo, ma una ricchezza da tutelare e valorizzare».
L’Union Valdôtaine: «malinteso profondo»
Sulla vicenda è intervenuta l’Union Valdôtaine, con una nota durissima nei toni e chiarissima nel messaggio: attaccare qualcuno per la lingua materna è «un malinteso profondo» della storia e delle Istituzioni, oltre che una sottovalutazione del valore costituzionale delle minoranze linguistiche.
L’UV lega la polemica di oggi a una pagina storica che, parole loro, pensavamo «archiviata»: il richiamo va alle prime fasi dell’Unità d’Italia e alla difesa delle lingue alpine (citano il canonico Édouard Bérard e il deputato Vegezzi-Ruscalla, nel 1861). E chiude con una formula che è anche una frecciata: «le nostre montagne raccontano chi siamo… parlano le nostre lingue».
Perché la questione non è “folklore”
Il punto non è il colore locale: il ladino è una lingua di minoranza storica tutelata, e la Costituzione italiana protegge le minoranze linguistiche.
Tradotto: non è una stranezza, non è una provocazione, non è “maleducazione patriottica”. È un diritto culturale, e in certi territori è anche un pezzo di identità collettiva.
La vicenda ha innescato anche una scia di solidarietà fuori dalla Valle d’Aosta: associazioni e voci dell’area alpina e sudtirolese hanno denunciato l’assurdità di attaccare un’atleta per la lingua che parla, mentre sui social, accanto al fango, sono arrivati molti messaggi di sostegno.
C’è un dettaglio che rende tutto ancora più grottesco: in un Paese che si riempie la bocca di “territori” e “radici”, basta una frase in ladino per far partire la caccia all’eresia linguistica. Praticamente: va bene la montagna, purché stia zitta.







