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Sulla violenza sessuale il Consiglio Valle sceglie il “consenso libero e attuale”

scritto da aostapresse.it

venerdì 3 Aprile 26 • h. 17

Sulla violenza sessuale il Consiglio Valle sceglie il “consenso libero e attuale”

di aostapresse.it | Ven 3 Apr 26 • h. 17

La mozione sul contrasto alla violenza sessuale approvata dal Consiglio Valle giovedì 26 marzo 2026, che chiedeva di difendere il principio del “consenso libero e attuale”, è arrivata mentre a Roma il disegno di legge nazionale è stato rimesso in discussione e la stessa relatrice Giulia Bongiorno ha aperto ad un comitato ristretto bipartisan per riscrivere il testo partendo proprio da quel concetto. Un esito che il consigliere regionale Jean‑Pierre Guichardaz ha rivendicato sui social come una smentita politica delle certezze esibite in aula dalla Lega valdostana, che definiva la mozione «inutile» e dava per acquisita la vittoria dell’impianto basato sul “dissenso”.

Dal “consenso libero e attuale” al “dissenso”, e ritorno

Alla Camera la riforma dell’articolo 609‑bis del Codice penale era stata approvata all’unanimità, introducendo in modo espresso il requisito del «consenso libero e attuale» come elemento centrale del reato di violenza sessuale, in linea con la Convenzione di Istanbul. Il nuovo testo elaborato in Commissione giustizia al Senato e promosso da Giulia Bongiorno aveva però sostituito il modello del consenso con quello del «dissenso» o «volontà contraria», togliendo dal testo la parola “consenso” e spostando l’attenzione sulla manifestazione di rifiuto della vittima.

La riformulazione ha provocato una forte reazione di opposizioni e associazioni, che hanno denunciato un arretramento culturale e il rischio di invertire l’onere della prova, costringendo la vittima a dimostrare di avere detto “no”. Di fronte alle proteste e all’impasse in Commissione, la stessa Bongiorno ha quindi proposto la costituzione di un Comitato ristretto per trovare una nuova sintesi, indicando come base di ripartenza proprio il testo originario sul «consenso libero e attuale» approvato all’unanimità a Montecitorio.

Cosa chiede la mozione del Consiglio Valle

In questo quadro si inserisce la mozione presentata da Partito Democratico – Federalisti progressisti e AVS – Rete Civica VdA, poi rielaborata e sottoscritta anche da Union Valdôtaine, Centro Autonomista, Forza ItaliaAutonomisti di Centro e La Renaissance, che il Consiglio Valle ha approvato con 24 voti favorevoli e 5 astensioni di Lega e Fratelli d’Italia. Il nuovo testo chiede alla Giunta di farsi portavoce presso i parlamentari valdostani affinché la normativa nazionale sul contrasto alla violenza sessuale resti coerente con Costituzione e standard internazionali, «valorizzando in particolare la centralità del consenso libero e attuale e della libertà di autodeterminazione della persona».

Gli altri impegni riguardano il rafforzamento delle politiche regionali di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole, la formazione degli operatori (sanitari, Forze dell’ordine, servizi sociali) e la valorizzazione del ruolo della Regione nella promozione di una cultura del rispetto, della parità e del contrasto a ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne. Al di là del riferimento tecnico al 609‑bis, il cuore politico della mozione è la scelta di schierare esplicitamente la Valle d’Aosta sul terreno del consenso, e non del solo dissenso, come parametro per definire la violenza sessuale.

Clotilde 'Titti' Forcellati in Consiglio Valle

Clotilde ‘Titti’ Forcellati in Consiglio Valle

Forcellati e Minelli: consenso al centro, prevenzione e formazione

Nella discussione in aula, Clotilde Forcellati (PD‑FP) ha ricordato che il testo iniziale era nato direttamente dal confronto sul ddl Bongiorno e dalla volontà di mandare alla comunità un messaggio chiaro in occasione della Giornata internazionale della donna, evitando però un atto divisivo e cercando una mediazione ampia. Per la consigliera, la violenza di genere è un fenomeno strutturale, in gran parte sommerso secondo i dati Istat, che minaccia la libertà e la dignità delle donne e richiede di superare la sola dimensione repressiva per investire su educazione, scuole, lavoro con le famiglie e con gli uomini autori di violenza, formazione degli operatori e prevenzione dei meccanismi di vittimizzazione secondaria.
Forcellati ha insistito sul fatto che «il silenzio non fa sì» e che il consenso deve essere «libero, attuale, continuativo», distinguendo chiaramente l’assenza di opposizione da una reale adesione all’atto sessuale. Ha richiamato anche i fenomeni di “freezing”, immobilità tonica che può colpire tra il 30 e il 50 per cento delle vittime, per spiegare perché non sempre ci siano segni fisici di resistenza e perché pretendere graffi o reazioni visibili significhi ignorare le dinamiche psicologiche della violenza, anche all’interno delle relazioni di coppia.

Chiara Minelli (AVS – Rete Civica VdA), cofirmataria del testo originario, ha inquadrato la questione in termini più giuridici, ricordando che la Convenzione di Istanbul chiede di porre l’assenza di un consenso libero e volontario al centro della definizione di violenza sessuale e che la Cassazione, con la sentenza n. 20780 del 2019, ha già affermato che il consenso deve essere attuale per tutta la durata dell’atto. Spostare il baricentro sul dissenso, ha spiegato, significa tornare a concentrarsi sulla condotta di chi subisce, ignorando shock e paralisi emotiva e rischiando di produrre vittimizzazione secondaria; per questo ogni arretramento sul consenso sarebbe un «vulnus grave» per i diritti delle donne e un passo indietro rispetto agli impegni europei.

La maggioranza che vota una mozione d’opposizione

Per la maggioranza, Josette Borre (UV) ha rivendicato il valore «concreto» della mozione anche sul piano del metodo, sottolineando che non si tratta di un atto di contrapposizione politica ma di «lavoro condiviso» su un tema che attraversa l’intera comunità. La consigliera ha insistito sulla prevenzione come percorso strutturale, scuola, famiglie, servizi, territorio, e sulla formazione continua di chi intercetta per primo le vittime (sanità, Forze dell’ordine, servizi sociali), in una logica integrata che affianchi alle norme la protezione, l’accompagnamento verso l’autonomia e la coordinazione tra attori.
Borre ha legato questa impostazione all’autonomia regionale, ricordando che una comunità piccola come la Valle d’Aosta è al tempo stesso più esposta alla violenza “sommersa” e più in grado di costruire politiche contestuali, a condizione di garantire reti di servizi, riservatezza e percorsi reali di uscita dalla violenza senza limitarsi alle reazioni emotive. Il voto favorevole della maggioranza e di parte dell’opposizione su un testo nato in minoranza viene così presentato come un segnale di unità istituzionale su principi di fondo, pur dentro visioni politiche diverse.

Corrado Bellora, avvocato e consigliere regionale della Lega

Corrado Bellora, avvocato e consigliere regionale della Lega

La Lega tra astensione e attacco al “consenso”

Di segno opposto gli interventi dei consiglieri della Lega, che hanno scelto l’astensione. Simone Perron ha definito la violenza contro le donne «vergognosa, ignobile», ma ha accusato la mozione e, più in generale, gli interventi nelle scuole di prestarsi a «grandissima strumentalizzazione», ritenendo questi strumenti «al minimo inutili e al massimo dannosi» sul piano normativo. L’obiezione non è tanto sul problema in sé, ha precisato, quanto sul rischio che il tema venga usato politicamente e che interventi legislativi come quelli sul consenso creino «più problemi che altro».

Andrea Manfrin ha derubricato il dispositivo della mozione a «puro esercizio di stile», sostenendo che chiedere una normativa coerente con la Costituzione equivale a «voler bene alla mamma» e che il richiamo agli «standard internazionali» è generico quanto un discorso «da bar». Il capogruppo leghista ha ricordato che il principio del consenso libero e attuale era alla base dell’accordo Meloni‑Schlein alla Camera, ma che in Commissione giustizia al Senato il centrodestra (inclusa Forza Italia) ha votato per spostare il baricentro normativo sul «dissenso/volontà contraria», ed ha dato per certo che il testo Bongiorno sarà comunque approvato, invitando Forcellati a vantarsene «solo al bar» con gli amici.

L’intervento più tecnico è stato quello di Corrado Bellora, che ha accusato Forcellati e Minelli di ignorare l’evoluzione della giurisprudenza e ha sostenuto che il modello del consenso libero e attuale è «già ampiamente applicato» dai giudici, che condannano anche in presenza di freezing e in assenza di segni fisici di reazione. A suo avviso, la riforma Bongiorno è «di assoluto buon senso», perché tiene conto del problema della prova penale e della presunzione d’innocenza: puntare tutto sul consenso rischierebbe di invertire l’onere della prova a carico dell’imputato, esponendolo a possibili denunce strumentali in situazioni dove la volontà della persona offesa cambia in corso d’opera senza essere manifestata.
Bellora ha richiamato le critiche del penalista Giandomenico Caiazza, secondo cui la centralità del consenso potrebbe presumere il dissenso e obbligare l’imputato a provare di averlo ottenuto, portando «fuori dalla grazia di Dio» rispetto alle garanzie costituzionali. Ha chiuso invitando il Consiglio regionale a «non fare il mestiere degli altri» e a non dare lezioni al Parlamento su una materia complessa come il diritto penale, ribadendo la fiducia nella competenza di Giulia Bongiorno e nella bontà della riforma centrata sul dissenso.

Jean-Pierre Guichardaz in Consiglio Valle durante la discussione sulla mozione sul consenso libero e attuale

Jean-Pierre Guichardaz in Consiglio Valle durante la discussione sulla mozione sul consenso libero e attuale

Guichardaz: “principe del foro” e mozione che pesa

Nel suo intervento in Aula, Jean-Pierre Guichardaz ha replicato a Bellora sul piano personale e politico, accusandolo di «atteggiamento cattedratico» e di trattare gli altri consiglieri come «analfabeti funzionali», ricordando anche un vecchio contenzioso sindacale in cui, sostiene, un avvocato dell’Azienda Usl avrebbe dato un «consiglio malposto» costato le scuse della cliente. Il consigliere ha ironizzato sul fatto che Bellora si presenti come «principe del foro», tirando spesso in ballo grandi giuristi nazionali, e gli ha chiesto di «restare un po’ a terra» e di avere rispetto per chi in Aula non fa l’avvocato di professione ma ha dovuto lasciare il proprio lavoro per dedicarsi al Consiglio Valle.
Guichardaz ha contestato anche l’idea che la mozione fosse una «fotocopia» del testo di novembre, ricordando che il nuovo atto è frutto di un lavoro condiviso e non punta a «far diventare tutti transgender» nelle scuole ma a riconoscere l’educazione al rispetto come parte del contrasto strutturale alla violenza.

Nel post pubblicato successivamente sui social, ha ripreso lo scontro con toni ancora più netti, definendo i leghisti «frange MAGA de no âtre» e i tre consiglieri del Carroccio «moschettieri» pronti a salire sul pulpito per spiegare al mondo come funziona la vita, mentre la realtà parlamentare, con il passo indietro sul testo Bongiorno e il ritorno al consenso libero e attuale, finisce per smentire le loro certezze.

Alla luce della decisione di costituire un Comitato ristretto e di rimettere sul tavolo proprio il modello del consenso, scrive Guichardaz, la mozione valdostana può aver rappresentato solo «una piccola gocciolina» nel mare delle proteste, ma si è comunque aggiunta alle voci di associazioni e cittadini che hanno contestato la marcia indietro sul testo originario.

E per il Consiglio Valle resta un atto politico non solo simbolico: una presa di posizione formale a difesa del consenso come cardine della libertà sessuale e della tutela delle vittime, in un momento in cui la linea tra consenso e dissenso è tornata ad essere oggetto di scontro anche a Roma.