Jean‑Pierre Guichardaz, consigliere regionale del Partito Democratico ed ex assessore della precedente Giunta Testolin, ha scelto i social per intervenire in maniera articolata sul caso del limite dei mandati che coinvolge il presidente della Regione Renzo Testolin e il suo vice Luigi Bertschy. Nelle sue riflessioni, ha scritto di «una vicenda emblematica» non solo di un costume politico, ma di una vera e propria consuetudine al potere da parte «di chi pensa di essere non solo utile ma addirittura indispensabile».
Pur riconoscendo a Bertschy serietà e preparazione, Guichardaz ha concentrato le critiche soprattutto su Testolin, descritto come «un presidente presenzialista», incapace di «mollare la poltrona», sempre alla ricerca di visibilità e di centralità, fino «a carpire la scena ai suoi assessori anche quando non richiesto». Una permanenza al potere che, nelle sue parole, avrebbe assunto i tratti di «un attaccamento esistenziale» alla carica.
Limite dei mandati ed i ricorsi: «una soap-opera grottesca»
Il cuore delle critiche riguarda però gli strumenti scelti per restare in sella di fronte al tema del limite dei mandati. Guichardaz ha ricostruito un percorso fatto di ricorsi, degli accenni di incostituzionalità, pareri pro veritate richiesti a diversi costituzionalisti (Morrone, Grosso, Lupo), documenti tecnici discussi o custoditi, secondo lui, più nelle retrovie che in un confronto politico trasparente.
A suo giudizio, la vicenda è ormai percepita dall’opinione pubblica come «una soap-opera grottesca», che trasforma la legittima aspirazione ad essere riconfermati in un accanimento per “le fauteuil” (la poltrona, in francese), dentro una strategia che ricorre «a strumenti non politici» per risolvere quello che dovrebbe essere un nodo affrontato a viso aperto nelle sedi istituzionali, a partire dall’Aula del Consiglio Valle. L’uso dei ricorsi, compreso quello deliberato dalla stessa Giunta, viene indicato come un passaggio che snatura il confronto democratico, fino a mettere in discussione una legge elettorale «che per vent’anni è andata bene».

Jean-Pierre Guichardaz quando sedeva in Giunta con Renzo Testolin e Luigi Bertschy
Il non detto nella precedente legislatura e i pareri “preventivi”
Da ex componente della maggioranza e del Governo regionale, Jean-Pierre Guichardaz ha insistito su un punto: nella passata legislatura, ha sostenuto, il tema non sarebbe mai stato affrontato apertamente. Nessuna discussione formale sulla presunta poca chiarezza della legge elettorale, nessun confronto in Giunta su una possibile riconferma di Testolin e Bertschy nonostante il limite dei mandati.
Eppure, «tutti sapevano» che i due puntavano al quarto mandato e, nei corridoi, circolavano già allora voci di pareri preventivi commissionati a costituzionalisti, oltre a quelli richiesti da altre forze politiche e dagli organi consiliari. Con il senno di poi, Guichardaz ha definito «surreale» che si lavorasse su pareri e scenari giuridici quando ancora non era nemmeno certo chi sarebbe stato ricandidato o rieletto, giudicando «di cattivo gusto» quell’anticipazione da “diritto amministrativo applicato” su un tema così politico.
Il «silenzio del potere» ed una maggioranza che non parla
Nelle sue valutazioni più recenti, il consigliere PD ha spostato lo sguardo dal solo tema dei mandati al comportamento complessivo della maggioranza. Il dibattito in Consiglio regionale viene raccontato come un momento segnato «da un clima chiuso, trattenuto, quasi intimorito», dove l’unica voce ad alzarsi davvero è stata solo quella del presidente Testolin, chiamato a difendere da solo la linea ed a delimitare il perimetro politico ed emotivo della vicenda.
Attorno a lui, ha scritto ancora Guichardaz, «una maggioranza muta»: nessuna parola dei capigruppo, nessuna sfumatura, nessuna inquietudine resa pubblica, nessuna astensione simbolica sulle risoluzioni delle opposizioni. «Un silenzio» che, nella sua lettura, pesa più del voto, perché restituisce l’immagine di una coalizione compatta solo formalmente, «appiattita» e «succube», in cui nessuno sembra disposto a prendersi la responsabilità di un dissenso, neppure minimo.

Jean-Pierre Guichardaz consigliere di opposizione, seduto a fianco di Aurelio Marguerettaz e Renzo TestolinJean-Pierre Guichardaz consigliere di opposizione, seduto a fianco di Aurelio Marguerettaz e Renzo Testolin
Tra disciplina di maggioranza e «deriva istituzionale»
Guichardaz non ha negato che la “disciplina di maggioranza” sia una componente fisiologica della politica, avendo sperimentato entrambe le parti dell’Aula, ma per lui in passato esisteva uno spazio per distinguersi: astensioni, voti difformi, discussioni aperte su temi sensibili, anche su proposte dell’opposizione. Oggi, al contrario, vede una chiusura che ha definito «surreale», con un rigetto sistematico delle iniziative delle minoranze e «una strana quiete a beneficio di telecamere» che non corrisponderebbe ai malumori reali avvertiti «nel foyer» e nei retroscena.
Nelle risposte ai suoi interlocutori (tra cui l’ex sindaco di Aosta Guido Grimod, storico esponente dell’Union Valdôtaine) Jean-Pierre Guichardaz è arrivato anche a leggere il cambio di partner di governo, dal Partito Democratico a Forza Italia, come una scelta non solo numerica, ma funzionale a evitare confronti scomodi: una maggioranza, ha sostenuto, più disponibile «a digerire l’indigeribile» sulle forzature legate al limite dei mandati, rinunciando di fatto ad un vero dibattito interno su regole, autonomia e tenuta istituzionale.
Un presidente «forte» ma prigioniero, una maggioranza «compatta» ma fragile
L’immagine finale tracciata dal consigliere regionale PD è quella di un paradosso politico: da un lato un presidente che appare forte, forte del consenso personale raccolto alle urne e del ruolo istituzionale che continua a esercitare; dall’altro, nelle sue parole, «un uomo solo al comando», «ossessionato» dalla necessità di mantenere consenso, visibilità e ruolo, fino a vivere il potere come «condizione personale irrinunciabile».
Specularmente, la maggioranza viene descritta come apparentemente compatta, ma in realtà «fragile», frenata dalla paura di esporsi e dall’abitudine «a vivacchiare giorno per giorno» in attesa delle decisioni dei giudici. In questo quadro, governare «sub iudice», con una «spada di Damocle sulla testa», rischia di non fermare l’ordinaria amministrazione, ma di rallentare strategie, progetti e prospettive di medio periodo, in una fase in cui, ha concluso Jean-Pierre Guichardaz, la Valle d’Aosta avrebbe bisogno esattamente del contrario.










