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Cappello alpino ai volontari delle Olimpiadi: bufera ANA, c’è di mezzo Aosta

pubblicato venerdì 24 Aprile 26 • h. 18

realizzato da aostapresse.it

Cappello alpino ai volontari delle Olimpiadi: bufera ANA, c’è di mezzo Aosta

di aostapresse.it | Ven 24 Apr 26 • h. 18

La consegna del Cappello Alpino ai volontari delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026

C’è anche il Centro Addestramento Alpino di Aosta al centro della polemica che da giorni scuote l’Associazione Nazionale Alpini. Il 18 aprile 2026, in piazza Bra a Verona, 180 volontari che hanno prestato servizio durante le olimpiadi e paralimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 hanno ricevuto il cappello alpino. Una cerimonia di ringraziamento che, in poche ore, si è trasformata in un caso nazionale: centinaia di commenti infuocati sui social, proposte di boicottare l’Adunata nazionale di Genova, e qualcuno che ha già deciso di lasciare l’associazione dopo decenni di tessera.

Il nodo è semplice ma dirimente per chi porta il cappello da una vita: quei volontari non hanno fatto il servizio militare negli Alpini. E per migliaia di “penne nere”, quel copricapo non è un premio, un gadget o un riconoscimento simbolico, è l’emblema di un percorso fatto di sacrificio, disciplina e appartenenza. «Una cosa è essere alpini, un’altra è essere vestiti da alpini», diceva già nel 1919 il capitano Arturo Andreoletti, fondatore dell’ANA.

Il corso ad Aosta, la JTF e l’attestato del generale

La vicenda ha però una spiegazione tecnica precisa, e il presidente dell’ANA, Sebastiano Favero, l’ha illustrata nella nota ufficiale con cui l’associazione ha cercato di abbassare i toni. I 180 volontari non hanno ricevuto il cappello dall’ANA: lo hanno ricevuto perché hanno frequentato un corso specialistico presso il Centro Addestramento Alpino di Aosta, già Scuola Militare Alpina, che fa parte delle truppe alpine dell’Esercito italiano. Il relativo attestato porta la firma del Comandante Gen. B. Alessio Cavicchioli, certificando sia la formazione sia i giorni di inquadramento militare. In pratica: non è l’ANA ad aver consegnato il cappello, ma l’Esercito, attraverso la Joint task force Alpini che ha coordinato il supporto ai Giochi.

Favero ha anche colto l’occasione per chiarire un punto che tocca molti associati nel profondo: «l’ANA, pur esprimendo enorme riconoscenza, non può consegnare il Cappello Alpino a meritevolissimi volontari aggregati/amici e neppure a quelli che hanno dedicato la loro attività a servizio della popolazione in fatti emergenziali quali alluvioni, terremoti e nella ricostruzione dei luoghi devastati, e tanti, tantissimi, lo meriterebbero decisamente. Ma il Cappello Alpino non è di competenza dell’ANA».

«Il Cappello Alpino non è una discrezione dell’ANA – ha scritto Favero – il Centro Addestramento Alpino ha provveduto alla fornitura e sostanziale consegna del Cappello. Si è trattato del primo riuscito esempio di impiego di volontari della difesa, nell’ottica della costituenda Riserva logistica delle Forze Armate». Una situazione analoga, ha precisato, a quella dei partecipanti alla mini naja, “Vivi le Forze armate, militare per tre settimane”, che già in precedenza avevano ricevuto e possono legittimamente indossare il cappello alpino.
La distinzione che l’ANA ribadisce è però netta: avere il cappello non significa essere soci ANA. Chi non ha maturato almeno 60 giorni di servizio previsti dallo Statuto (art. 4) può iscriversi solo come aggregato o amico, non come socio alpino a pieno titolo.

Sebastiano Favero, presidente dell'Associazione nazionale Alpini

Sebastiano Favero, presidente dell’Associazione nazionale Alpini

«Non siamo un’organizzazione di volontariato generico»

La spiegazione tecnica non ha convinto tutti. In molti, nella base, leggono in questa vicenda qualcosa di più profondo: un cambio di rotta identitario dell’associazione. L’alpino bellunese Michele Sacchet ha scritto un’analisi durissima, molto condivisa in rete: «quel cappello è stato sporcato dalla polvere delle strade africane, bagnato dal fango delle trincee, insanguinato sulla neve del fronte russo. Lo hanno messo sulle croci dei caduti. Lo hanno baciato i moribondi come si bacia un’immagine sacra. Per un alpino, il cappello non è suo: è di tutti quelli che lo hanno portato prima di lui, compreso chi non è tornato a toglierselo».
Sacchet individua un rischio più ampio: «la sensazione sempre più diffusa nella base è che si stia lavorando a un cambio di natura dell’associazione. Da associazione d’arma verso qualcosa di più simile a un’organizzazione di volontariato generico con una forte vocazione alla comunicazione istituzionale e al posizionamento mediatico. Diluire quella specificità distribuendo il cappello come un premio olimpico non è modernizzazione. È svuotamento».

Chi lascia la tessera

C’è anche chi ha trasformato la protesta in un gesto concreto. Umberto Casagrande Cosmo, imprenditore vitivinicolo di Vittorio Veneto e tesserato ANA da quasi quarant’anni dopo il servizio militare negli Alpini, ha scritto una lettera aperta al presidente Favero annunciando che non rinnoverà la tessera nel 2027: «la recente scelta di concedere il Cappello Alpino a chi Alpino non è mai stato rappresenta, per me, un punto non più oltrepassabile. Il Cappello Alpino non è un ornamento, non è un segno da attribuire per opportunità o convenienza. È sacrificio, memoria, disciplina, servizio, fatica, appartenenza vera. Io sono Alpino e Alpino rimarrò fino al mio ultimo giorno. Nessuna tessera data o non data potrà cambiare ciò che sono».
L’ANA, nella sua nota, ha concluso con le scuse agli aggregati ed agli amici che si sono sentiti sminuiti dal dibattito: «ci scusiamo con i tantissimi aggregati e amici che avranno pensato d’essere considerati quali negletti o figliastri». La polemica, però, non accenna a spegnersi e la 97ª ‘Adunata nazionale prevista a Genova dall’8 al 10 maggio si avvicina.

Carlo Gobbo, capogruppo dell'ANA di Aosta

Carlo Gobbo, capogruppo dell’ANA di Aosta

Carlo Gobbo: «Il mio cappello resterà in testa a Genova»

Anche dalla Valle d’Aosta arriva una voce netta nel dibattito. Carlo Gobbo, giornalista e capogruppo dell’ANA di Aosta, ha pubblicamente dichiarato che all’Adunata non si toglierà il cappello davanti alla tribuna d’onore, come invece suggeriscono alcune voci critiche in circolazione in questi giorni di polemica: «il mio Cappello sarà ben saldo sulla mia testa quando passerò davanti al Nostro Labaro e alla Nostra Bandiera, sulla quale ho giurato Fedeltà e Onore – ha scritto – sfilerò per gli Alpini del mio Gruppo che non hanno potuto venire a Genova, per quelli che hanno posato lo zaino. Sfilerò per la mia bella Sezione Valdostana di cui faccio parte con grande fierezza, sfilerò per la Storia dei soldati Valdostani che ci hanno preceduti e che con il loro esempio ci hanno donato la Libertà».

Una presa di posizione che guarda oltre la polemica, riportando al centro i valori fondativi dell’associazione: «sono i nostri Valori che dobbiamo difendere. Da sempre doniamo speranze e sorrisi, tendiamo le braccia con orgoglio e senza vanità, senza chiedere nulla». E chiude con una certezza: «sono certo che gli Alpini Valdostani e quelli del mio Gruppo Aosta faranno la stessa cosa».