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Ordine dei giornalisti VdA, conti in rosso e corsi poco seguiti: ha ancora senso?

scritto da aostapresse.it

sabato 4 Aprile 26 • h. 11

Ordine dei giornalisti VdA, conti in rosso e corsi poco seguiti: ha ancora senso?

di aostapresse.it | Sab 4 Apr 26 • h. 11

L’assemblea generale dell’Ordine dei giornalisti della Valle d’Aosta, riunita il 30 marzo 2026 nella sala convegni della Bcc di Aosta, ha approvato il bilancio 2025 chiuso in pesante disavanzo e un preventivo 2026 “in equilibrio” solo grazie ad artifici contabili ed all’intervento dell’Ordine nazionale.
Sullo sfondo, però, resta la domanda che ha attraversato la serata: ha ancora senso mantenere un Ordine regionale autonomo, con costi fissi da “struttura grande”, in una realtà di 329 iscritti e una professione in piena crisi?

Un Ordine piccolo con compiti da “grande”

Nella relazione introduttiva la presidente Sandra Bovo, eletta nel marzo 2025, succeduta a Roberto Moranduzzo, ha ricordato che l’Ordine valdostano è numericamente piccolo, ma chiamato a svolgere gli stessi compiti degli altri: vigilare su regole e deontologia, rispondere alle segnalazioni e garantire la formazione obbligatoria. A differenza degli Ordini più grandi, però, lo fa con una cassa limitata e con poco personale, il che rende più gravoso sostenere procedure, adempimenti e rapporti con il livello nazionale.
Per questo il Consiglio si è unito alle richieste dei “piccoli Ordini” al Nazionale per alzare dal 20 al 30 per cento la quota di aggio, cioè la parte delle quote che viene restituita ai territori, e per ottenere rimborsi almeno parziali di alcune spese. La presidente ha ricordato come, a differenza di altri presidenti e tesorieri che partecipano con regolarità a riunioni a Roma, la Valle d’Aosta non si sia mai potuta permettere questi viaggi per mancanza di risorse.

Conti in rosso e dipendenza strutturale dall’Asva

I numeri illustrati dalla tesoriera Francesca Soro fotografano una realtà fragile: 329 iscritti complessivi, di cui 93 professionisti, 216 pubblicisti, 17 nell’elenco speciale, un praticante e due pubblicisti praticanti. Il consuntivo 2025 chiude con 52.360 euro di entrate e 61.082 euro di uscite, per un disavanzo di 8.721 euro coperto erodendo le riserve accumulate negli anni, scese a fine anno a circa 22.855 euro, quasi un terzo in meno rispetto al 2024.
Le quote associative (35.808 euro) e i contributi nazionali per la formazione (11.873 euro, risorse vincolate) non bastano a coprire i costi di struttura: protocolli digitali, PagoPA, conservazione delle fatture, responsabile dati, gestione anagrafica e, soprattutto, il contratto di servizio con l’Associazione stampa valdostana (Asva), pari a 20.000 euro annui più 500 euro una tantum nel 2025. In pratica, una gran parte del bilancio dell’Ordine, Ente pubblico, serve a tenere in piedi la sede e la segreteria ospitate dall’associazione di categoria, alla quale è iscritta solo una minoranza dei giornalisti che svolgono attività professionale in Valle.
Nel preventivo 2026, approvato a maggioranza dai venti giornalisti presenti (la metà dei quali eletti nel direttivo e negli organismi collegati), l’equilibrio a 59.830 euro è stato raggiunto trasformando 3.000 dei 20.000 euro versati ad Asva in corsi di formazione (pagati con fondi nazionali per la formazione) e finanziando il nuovo sito dell’Ordine sempre con fondi vincolati alla formazione, anziché con risorse “ordinarie”. Soluzioni legittime, ma che alimentano il dubbio di un sistema dove una parte delle risorse destinate alla crescita professionale viene usata di fatto per sostenere strutture, affitti e segreterie che forse non corrispondono più alle reali necessità di un Ordine così piccolo.

Il tavolo dell'Assemblea dell'Ordine dei giornalisti della Valle d'Aosta: Caterina Pizzato, Francesca Soro, Sandra Bovo, Piero Minuzzo e Denis Falconieri

Il tavolo dell’Assemblea dell’Ordine dei giornalisti della Valle d’Aosta: Caterina Pizzato, Francesca Soro, Sandra Bovo, Piero Minuzzo e Denis Falconieri

Formazione: molti corsi, pochi presenti e un «triste record» di “zeristi”

Sul fronte della formazione obbligatoria, è stato ricordato che nel 2025 sono stati organizzati 20 corsi, per 56 crediti erogati e 259 presenze complessive, con un forte sprint nell’ultima parte dell’anno per consentire a tutti di chiudere il triennio con i 60 crediti previsti.
Il 2026 è partito con nove corsi nei primi tre mesi e 37 crediti erogati, inclusi quelli dei nuovi corsi in lingua francese legati a un progetto Erasmus+ che consentirà ad un massimo di sei persone di fare esperienza presso redazioni ed Istituzioni tra Bruxelles e Strasburgo. La partecipazione, però, resta molto bassa: su 329 iscritti, la media è di una decina persone per corso, con punte minime di tre partecipanti ed un massimo di 31.
Questo si riflette sul numero di chi non è in regola con gli obblighi formativi e, soprattutto, di chi non ha totalizzato alcun credito nel triennio: i cosiddetti “zeristi”, per i quali, è stato evidenziato, la Valle d’Aosta detiene «un triste record» a livello nazionale. Un dato che apre una questione di sostanza: che senso ha investire tanto in formazione se poi una parte non trascurabile della categoria non vi partecipa, pur restando iscritta all’Albo?
Il nuovo regolamento nazionale sulla formazione, che entrerà in vigore da giugno, irrigidisce le regole: resta l’obbligo di 60 crediti triennali (di cui 20 deontologici), cambiano le soglie per i corsi on demand, si introducono limiti per i relatori (devono essere in regola con i crediti, le quote e senza sanzioni negli ultimi cinque anni) e sono previste sanzioni crescenti fino alla radiazione per chi persiste nell’inadempienza.

Disciplina: poche sanzioni, ma 40 inadempienti da esaminare

Nella relazione del Consiglio di disciplina territoriale è stato annunciato che dal 15 aprile inizierà l’esame delle posizioni di una quarantina di giornalisti valdostani non in regola con la formazione, con l’obiettivo di definire criteri omogenei per le sanzioni ed evitare che il nuovo regolamento nazionale, ancora più rigido, li penalizzi ulteriormente. L’idea dichiarata è quella di usare «la leva disciplinare» anche come stimolo a partecipare nel nuovo triennio, più che come strumento punitivo automatico.
Sul versante dei procedimenti, negli ultimi anni l’attività è stata costante ma con numeri contenuti, coerenti con la dimensione dell’Ordine: nel 2024 il precedente Consiglio si è riunito due volte, esaminando casi legati alla pubblicazione di immagini di minori ed a presunte violazioni della Carta di Treviso. Nel 2025 l’attività è aumentata, con dodici incontri complessivi ed un altro caso su un minore per il quale gli atti sono stati trasmessi al Consiglio competente di Torino.
La fotografia che emerge è chiara: le principali criticità riguardano il trattamento delle immagini e delle informazioni sui minori e il rispetto delle regole deontologiche in questo ambito. Resta aperto anche il tema degli iscritti non in regola con gli obblighi professionali e formativi, ambito in cui lo stesso Consiglio di disciplina richiama la necessità di un monitoraggio costante e di procedure effettive.
In questo quadro, stona il fatto, ormai strutturale, che l’Ordine non proceda a una vera revisione dell’Albo da anni e che non affronti in modo sistematico il fenomeno degli abusivi storici, ben noti nell’ambiente ma mai davvero sanzionati.

La sede condivisa di Asva, Ordine dei giornalisti, Casagit ed Inpgi di Aosta

La sede condivisa di Asva, Ordine dei giornalisti, Casagit ed Inpgi di Aosta

Un Ordine autonomo ha ancora senso?

Dietro i numeri e le relazioni, la domanda di fondo riguarda l’opportunità di mantenere in vita un Ordine regionale autonomo con costi fissi elevati, sede “impegnativa” e segreteria quotidiana affidata ad Asva, in una fase in cui la professione giornalistica in Valle d’Aosta vive una crisi profonda, tra precarietà, compensi bassi e un mercato editoriale sempre più concentrato.
A molti iscritti, il contributo richiesto appare sproporzionato rispetto ai servizi percepiti e alle “urgenze” reali: in un contesto dove non si controllano con continuità né l’effettivo esercizio dell’attività (revisione dell’Albo) né gli abusi di professione, è lecito chiedersi se la priorità debba essere finanziare una sede ed una segreteria o investire su tutela concreta, vigilanza e supporto ai giornalisti che lavorano sul campo.

In prospettiva, l’ipotesi, ogni tanto evocata, di un ricongiungimento con l’Ordine del Piemonte aprirebbe inevitabilmente una partita nuova: verrebbe meno l’automatismo del contratto di servizio con Asva, e la stessa configurazione di spese per sede e segreteria andrebbe ripensata da zero. Una scelta che avrebbe ricadute politiche e organizzative, ma che potrebbe anche costringere a rimettere al centro la domanda oggi inevasa: a chi, e per che cosa, serve davvero l’Ordine dei giornalisti della Valle d’Aosta?

Ordine dei giornalisti, un’anomalia italiana da ripensare

Al di là del caso valdostano, la discussione sfiora un tema più ampio: che utilità reale ha oggi l’Ordine dei giornalisti, così come concepito in Italia? In quasi tutti i Paesi europei non esiste un Albo di diritto pubblico obbligatorio, ma sistemi misti di carte deontologiche, Consigli stampa indipendenti, sindacati e organismi di autoregolamentazione che intervengono soprattutto su rettifiche, violazioni etiche e tutela del pubblico, senza distinguere tra “iscritti” e “non iscritti” all’Albo. In Italia l’Ordine resta un unicum: garantisce un quadro formale di accesso alla professione, può comminare sanzioni e gestisce (almeno sulla carta) formazione e vigilanza, ma non decide le assunzioni, non può incidere sui compensi né fermare da solo precarietà e concentrazione editoriale.

Il paradosso emerge guardando le classifiche internazionali sulla libertà di stampa: Paesi senza albo obbligatorio, come quelli del Nord Europa, occupano stabilmente le posizioni più alte, mentre l’Italia oscilla da anni a metà classifica, penalizzata da querele temerarie, pressioni politiche, concentrazione proprietaria e fragilità economica delle redazioni. Il che suggerisce che la qualità dell’informazione e la libertà di stampa dipendono meno dall’esistenza di un Ordine e più da altri fattori: leggi efficaci contro le “Slapp” (Strategic lawsuits against public participation, le “querele bavaglio”), pluralismo dei media, solidità contrattuale di chi lavora, indipendenza dagli editori forti e dalla politica.

In questo scenario, la domanda che rimbalza anche dopo l’assemblea di Aosta è se un Ordine piccolo, in affanno economico e stretto tra adempimenti formali e formazione poco frequentata, riesca davvero a fare la differenza sui nodi che contano, o se non sia il momento di ripensarne ruolo, strumenti e perfino l’assetto territoriale.