notizie intelligenti dalla Valle d'Aosta

notizie intelligenti dalla Valle d'Aosta

Ricorso al Consiglio di Stato dopo il no del TAR: il caso Aosta continua

scritto da aostapresse.it

lunedì 16 Febbraio 26 • h. 15

Ricorso al Consiglio di Stato dopo il no del TAR: il caso Aosta continua

di aostapresse.it | Lun 16 Feb 26 • h. 15

I gruppi di minoranza in Consiglio comunale ad Aosta, vale a dire La Renaissance Valdôtaine, guidata dall’ex candidato sindaco Giovanni Girardini e formata da altre due consigliere, Fratelli d’Italia, Lega Vallée d’Aoste, con un consigliere ciascuno ed il Gruppo misto di minoranza formato dall’ex candidata vice sindaca del centrodestra, Sonia Furci, insieme al movimento politico Unione di Centro e all’avvocato Orlando Navarra, ex coordinatore di Noi Moderati, hanno comunicato lunedì 16 febbraio 2026 l’intenzione di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tribunale amministrativo (TAR) Valle d’Aosta che il 29 gennaio ha confermato l’elezione a sindaco di Raffaele Rocco, con vice Valeria Fadda, e respinto le contestazioni della coalizione avversaria.

Nel mirino, scrivono, «una mancanza di trasparenza e di verità» nelle operazioni elettorali e di spoglio, con obiettivo minimo di «almeno un riconteggio delle schede» per «garantire alla popolazione il vero verdetto elettorale».

Cosa ha detto (davvero) il TAR

La sentenza ha ricostruito i numeri del ballottaggio del 12 ottobre 2025: 6.419 voti validi per la coalizione poi vincitrice contro 6.404 per quella perdente, con uno scarto di 15 voti.
Il ricorso era stato depositato il 13 novembre 2025 e chiedeva, in via principale, la correzione dell’esito fino alla proclamazione di Girardini ed in subordine l’annullamento del ballottaggio. Nella sentenza dei giudici amministrativi Giuseppina Adamo, Daniele Busico ed Alessandro Cappadonia il punto chiave era che anche ipotizzando favorevolmente ai ricorrenti tutte le schede effettivamente contendibili, il distacco non si colmava.
Il collegio ha scritto che “anche sommando tali schede (in totale nove)” contestate sul punto, “la coalizione perdente non sarebbe comunque in grado di colmare il distacco di 15 voti” e che per questo le relative censure risultano “inammissibili per carenza di interesse”.

Tra gli esempi richiamati in sentenza ci sono:

  • schede dichiarate nulle perché contenevano segni o scritte non funzionali al voto, idonei a rendere riconoscibile la scelta; tra queste una con la scritta “Tajani”, ritenuta elemento che rende riconoscibile il voto perché riferita a “un candidato inesistente”;
  • la contestazione su un presunto errore di verbalizzazione (si parla di 42 voti) bocciata perché il verbale di sezione è atto pubblico e “fa piena prova fino a querela di falso”: senza quel rimedio, la dichiarazione del rappresentante di lista non regge come prova;
  • il presunto vizio nel trasferimento delle schede della sezione 35 (Excenex) verso il polo di scrutinio all’Istituzione scolastica “Luigi Einaudi”: censura dichiarata inammissibile perché formulata senza elementi specifici e non idonea a dimostrare alterazioni o manomissioni. Inoltre, non essendoci riconteggio, manca l’interesse concreto.
Un momento delle operazioni di spoglio delle ultime elezioni

Un momento delle operazioni di spoglio delle ultime elezioni

Quanto costa l’appello al Consiglio di Stato

La parte “tasse” del ricorso al Consiglio di Stato è quasi zero: nel contenzioso elettorale gli atti sono “esenti dal contributo unificato e da ogni altro onere fiscale”, come è indicato nell’articolo 127 del Codice del processo amministrativo. Quindi, a differenza di un ricorso amministrativo ordinario, dove il contributo unificato davanti a TAR e Consiglio di Stato è previsto in importi fissi e aumenta nelle impugnazioni, qui il “biglietto d’ingresso” non è quello che spaventa.
Il conto vero, e potenzialmente alto, sta nelle parcelle legali, che dipendono da lavoro, complessità, udienze, ed eventuali consulenze e notifiche.
Ma sulle spese di giustizia in senso stretto, no: il ricorso elettorale non è la Ferrari delle tasse, più una Panda, anzi, spesso nemmeno quella.

In Valle d’Aosta, la strada dell’appello al Consiglio di Stato è già “calda” anche sul fronte regionale: l’Union Valdôtaine ha annunciato ricorso dopo la decisione che ha portato Andrea Campotaro di AVS – Rete Civica VdA in Consiglio Valle al posto di Cristina Machet. L’UV, alla ricerca di un voto in più, ha contestato la lettura del TAR perché entrerebbe in conflitto con “i principi di ordine superiore, come la segretezza e l’unicità del voto” e che tali principi non possano essere sacrificati nemmeno in nome del “favor voti”.
Soltanto a Champdepraz la sentenza del TAR è stata rispettata, tanto che si andrà al ballottaggio il prossimo 29 marzo, mentre le due cittadine esponenti dei gruppi complottisti, attive soprattutto sui social media, che avevano chiesto ma non ottenuto l’annullamento delle elezioni regionali, avevano annunciato il 1° febbraio una “lettera aperta” sulla questione che però, dopo due settimane, non è ancora stata pubblicata.

La spaccatura nel centrodestra e l’effetto “doppio livello”

Nel caso di Aosta, la frattura politica resta evidente: al ballottaggio la coalizione a supporto di Giovanni Girardini era composta anche da Forza Italia, con la Renaissance che per aveva corso “insieme/ensemble” agli azzurri per le elezioni regionali, spaccandosi subito dopo la proclamazione degli eletti, quando era diventata ufficiale la nuova maggioranza regionale.
Nella comunicazione sull’appello, Forza Italia infatti non compare tra i firmatari, dato politico non banale, perché ad Aosta il movimento è all’opposizione ed ha espresso Refat Mehmeti, uno dei due vice presidenti del Consiglio comunale. Allo stesso tempo, sul piano regionale, lo stesso partito fa parte della maggioranza in Consiglio Valle.

In pratica a Palazzo regionale si governa insieme all’UV ed al Centro Autonomista, in Consiglio comunale ad Aosta ci si divide, ed in tribunale pure. È la politica valdostana in versione “multistrato”.