Valle d’Aosta Aperta, la coalizione di sinistra rimasta fuori dal Consiglio regionale per 92 voti alle elezioni regionali del settembre 2025, si è di fatto scissa. A distanza di pochi mesi dal voto, una parte delle forze che ne costituivano l’ossatura politica e organizzativa ha sancito la rottura, producendo due comunicati dal segno opposto: uno per rivendicare la continuità del progetto, l’altro per prenderne atto e guardare oltre.
Una coalizione nata per unire, fermata a 92 voti dal quorum
Valle d’Aosta Aperta era nata come cartello elettorale di sinistra e centrosinistra radicale con l’obiettivo dichiarato di costruire “uno spazio politico di alternativa alle destre e all’Union”. Alle regionali 2025 ha raccolto il 5,56% e 3.359 voti, mancando il quorum di 3.451 preferenze per appena 92 voti e restando così fuori dal Consiglio Valle, mentre la precedente uscita di AVS – Rete Civica VdA, , che aveva portato alla fine del Progetto Civico Progressista, che ha poi corso da sola, ha portato tre seggi alla componente che fa capo ad Elio Riccarand, eleggendo Chiara Minelli, Eugenio Torrione ed Andrea Campotaro, al quale recentemente il TAR di Aosta ha restituito il seggio.
Per ADU VdA, che era stata «tra le promotrici di VdA Aperta», rappresentata dall’ex consigliera regionale Daria Pulz, la mancata rappresentanza ha aperto una riflessione su un dialogo più largo «non solo con chi faceva parte della nostra coalizione, ma anche con le altre forze progressiste valdostane», come richiesto da molti elettori, in un contesto politico definito «terribile» anche sul piano nazionale e internazionale.

Raimondo Donzel, coordinatore di Valle d’Aosta Aperta
“Leali agli impegni presi”: il fronte che resta sotto la sigla VdA Aperta
Il 2 febbraio 2026, in una nota intitolata “Leali al progetto di Valle d’Aosta Aperta” i movimenti Uniti a Sinistra, Area Democratica Gauche Autonomiste, Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista e Risorgimento Socialista rivendicano la continuità del progetto politico presentato alle regionali e alle comunali di Aosta.
Per queste cinque forze, rappresentate dall’ex assessore regionale Raimondo Donzel, i valori e i contenuti del programma restano «un punto fermo» da non tradire per i prossimi cinque anni, resistendo «alle manovre della realpolitik locale, che brilla per trasformismo», e rifiutando compromessi con chi si allea con Union Valdôtaine, Forza Italia e Azione.
VdA Aperta insiste su tre assi:
- pace: rifiuto delle “ipocrisie” di chi manifesta con il movimento pacifista ma nelle sedi istituzionali vota per il riarmo o tace «sul genocidio in corso in Palestina»;
- welfare e lavoro: critica alle «logiche neoliberiste e di privatizzazione strisciante» che avrebbero contagiato parte del centrosinistra valdostano, con riferimento alle lunghe liste d’attesa in sanità, alla carenza di case popolari (oltre 500 famiglie in lista) e alla bassa percentuale di accoglienza dei rifugiati politici, definita «una vergogna»;
- diritti civili e giustizia sociale: richiesta che alle dichiarazioni seguano leggi e atti concreti, denuncia dell’aumento delle diseguaglianze e del rischio che l’Autonomia speciale diventi «strumento nelle mani di poche lobby».
In questo quadro i cinque movimenti assicurano agli elettori di VdA Aperta «che non verremo meno agli impegni presi» e annunciano il sostegno al Comitato per il NO al referendum sulla magistratura come una delle prime battaglie comuni del dopo‑voto.
ADU VdA prende le distanze: «clima guastato, confronto chiuso»
ADU VdA, in una nota successiva ha confermato di aver creduto nel progetto VdA Aperta, ma ha descritto un quadro post‑elettorale ben diverso. Dopo aver ricordato «i 90 voti mancati» ha parlato di «un clima di fiducia e rispetto guastato», di «processi nei confronti dei candidati più votati», di «mancato riconoscimento del lavoro» di figure come l’ex deputata Elisa Tripodi e l’ex consigliera regionale Erika Guichardaz e di tensioni sul riparto delle spese elettorali.
Secondo ADU, i tentativi di rilanciare il progetto su basi di consenso e unanimità si sono scontrati con la chiusura comunicata da Raimondo Donzel «a nome di Movimento 5 Stelle, Rifondazione comunista e Area Democratica» che ha dichiarato «venute meno le condizioni fondamentali per proseguire la collaborazione» a causa della «mancanza di fiducia reciproca e del logorio della disponibilità a relazionarsi efficacemente tra le parti».
ADU ha giudicato questa scelta «un passo indietro rispetto alla costruzione di una reale alternativa», ma non ha chiuso alla possibilità di nuovi percorsi unitari: si è detta disponibile a riprendere il confronto «a partire dai programmi» con tutte le forze progressiste valdostane e con cittadine e cittadini che vogliano contribuire a un nuovo spazio di sinistra.

Daria Pulz, Elisa Tripodi ed Erika Guichardaz
L’ennesima frammentazione a sinistra
Il botta e risposta fra i due movimenti certifica l’ennesima divisione nel campo progressista valdostano: dopo la scelta di AVS – Rete Civica VdA di correre in autonomia e portare a casa tre seggi, anche il fronte che aveva provato la carta di VdA Aperta si ritrova spaccato tra chi intende mantenere la sigla come contenitore politico di opposizione “dura e pura” e chi, come ADU, considera finita quella stagione e guarda a un tavolo più ampio.
Sul piano numerico, il progetto VdA Aperta ha dimostrato di avere un serbatoio di consensi non marginale, 3.359 voti alle regionali ed 806 centinaia alle comunali di Aosta, ma insufficiente, da solo, a superare la soglia di sbarramento e a garantire rappresentanza. Sul piano politico, la difficoltà di gestire il dopo‑sconfitta, tra attribuzione di responsabilità, gestione delle spese e differenze di linea su temi internazionali e alleanze locali, rimette la sinistra valdostana davanti a un copione noto: più liste e più sigle, ma nessuna garanzia che al prossimo appuntamento elettorale quei voti si sommino davvero.








