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Federica Brignone tra Cto, surf e “Vanity Fair”: infortuni, paura e rinascita

pubblicato mercoledì 20 Maggio 26 • h. 15

realizzato da aostapresse.it

Federica Brignone tra Cto, surf e “Vanity Fair”: infortuni, paura e rinascita

di aostapresse.it | Mer 20 Mag 26 • h. 15

Federica Brignone sul surf, nell'oceano indiano

In questi giorni, Federica Brignone, sta tenendo insieme mondi solo in apparenza lontani: il surf alle Maldive, le piste di Coppa del Mondo, e i corridoi di un grande ospedale pubblico come il Cto di Torino. La sua presenza all’inaugurazione del rinnovato reparto di ortopedia e traumatologia, martedì 19 maggio 2026, e la lunga intervista pubblicata su “Vanity Fair” diventano così una chiave per leggere non solo la sua carriera, ma anche il modo in cui lo sport dialoga con la fragilità.

Il ritorno al Cto: «mi si sono sbloccati bruttissimi ricordi»

Al “sedicesimo piano” del Cto (“Centro traumatologico ortopedico”), nel reparto che “rimette in piedi” le persone dopo incidenti e interventi complessi, Federica Brignone non ha usato giri di parole. Ha ammesso che entrare di nuovo in un reparto di traumatologia le ha fatto riaffiorare ricordi difficili, quelli degli infortuni più gravi, degli interventi e delle riabilitazioni vissute sulla propria pelle. Eppure ha scelto di esserci proprio per questo: per sostenere un luogo dove ogni giorno si lavora perché qualcuno torni a camminare o a usare un arto come prima.

Ha voluto sottolineare in pubblico l’impegno di medici, infermieri e operatori sanitari, ricordando quanto sia importante, per chi deve affrontare un’operazione ortopedica o un lungo percorso di fisioterapia, avere figure di riferimento stabili, che diano sicurezza. La sua presenza, accanto ai professionisti del reparto e ai vertici della sanità piemontese, è diventata un simbolo potente: la prova vivente che, con il lavoro giusto, un corpo può essere “riaggiustato” e riportato ai massimi livelli, ma solo se alle spalle c’è un sistema pubblico capace di garantire cure complesse a tutti.

Federica Brignone al Cto di Torino, durante l'inaugurazione del nuovo reparto

Federica Brignone al Cto di Torino, durante l’inaugurazione del nuovo reparto

Dal piano inclinato alle onde: il racconto su Vanity Fair

Quasi contemporaneamente, sulle pagine del numero 22 di “Vanity Fair”, Brignone aveva raccontato se stessa partendo da un’immagine molto semplice: tutta la vita trascorsa su un piano inclinato, quello delle piste da sci. Il giornalista Andrea Zedda l’ha «disturbata» mentre si trovava alle Maldive, dove si è concessa un camp di surf, altra grande passione che lei stessa ha documentato sui social, ma il cuore del racconto non era la vacanza, bensì il suo rapporto con il rischio, con la competizione e con l’idea di talento.

Nel dialogo, Federica Brignone ha spiegato che per lei lo sport è «vita, movimento, adrenalina», ma non è mai stato solo un “dono” naturale. Anzi, rifiuta apertamente la retorica del talento come qualcosa che risolve tutto da solo. Nella sua visione, la vittoria è «al cento per cento» una conseguenza dell’impegno e del lavoro, non un premio riservato a pochi eletti. Dietro la sciata fluida che il pubblico percepisce come “facile”, c’è un allenamento continuo, una disciplina quasi ossessiva, una cura del dettaglio che passa anche per il lavoro mentale affrontato dopo l’infortunio più grave.

Le pagine di 'Vanity Fair' dedicate a Federica Brignone, fotografata da Alan Gelati

Le pagine di ‘Vanity Fair’ dedicate a Federica Brignone, fotografata da Alan Gelati

«Non rischio più di quello che so fare»: coraggio, controllo e paura

Un altro passaggio chiave del suo racconto riguarda il modo in cui vive il rischio. Da fuori, certe linee in discesa libera o in gigante sembrano gesti al limite dell’incoscienza; lei però si definisce una “control freak”. Non ama buttarsi alla cieca, ha bisogno di sentirsi in controllo, di sapere esattamente che cosa sta facendo. È un equilibrio sottile: in gara devi accettare il rischio e spingerti oltre il comfort, ma senza superare la soglia in cui la paura ti paralizza.

Dopo l’infortunio che ha messo in dubbio la possibilità stessa di tornare in pista, ha lavorato proprio su questo: non lasciare che la paura prenda il sopravvento, perché «più hai paura e più il nostro sport diventa pericoloso; più ti fidi, più sei fluida e sicura». È una lezione che è risuonata anche nei corridoi del Cto, dove la paura, dell’intervento, del dolore, della riabilitazione, è parte del quotidiano, e dove i medici devono aiutare i pazienti a ritrovare fiducia nel proprio corpo e nel percorso di cura.

Federica Brignone lascia un pensiero sul muro del Cto di Torino

Federica Brignone lascia un pensiero sul muro del Cto di Torino

Dalla rivalità al limite: una carriera contro gli stereotipi

Su “Vanity Fair” Brignone ha toccato anche il tema della rivalità e dell’immagine pubblica. Dice di non aver mai vissuto le avversarie con invidia, ma come fonte di ispirazione: guardava chi vinceva e pensava a che cosa quella persona fosse in grado di fare, più che a come “demolirla”. Anche per questo rivendica un approccio quasi “maschile” in uno sport femminile dove spesso, fuori dalla pista, la narrativa punta più sugli scontri che sul rispetto reciproco.

Sulla propria immagine, insiste su un punto: la gente tende a immaginare per lei «una vita da vip», dove tutto è glamour e risultato, ma la realtà è fatta di rinunce, allenamenti, stagioni intere da atleta “h24”. Le mancherà l’adrenalina della partenza quando smetterà, ma non le mancherà l’idea di dover dimostrare qualcosa agli altri: il confronto più duro, spiega, è sempre stato con sé stessa, non con il giudizio esterno.

Anche il tema del ritiro, che una fuoriclasse come lei potrebbe affrontare «in piedi» dopo gli ori olimpici, è trattato in modo concreto: se avesse davvero creduto nel ritiro all’apice, avrebbe dovuto fermarsi l’anno scorso. Invece, dopo l’ultima caduta, non voleva che l’ultima immagine della sua carriera fosse quella di un infortunio. Adesso la variabile decisiva non è più la motivazione, che c’è ancora, ma la salute, in particolare quella gamba che «deciderà» quanto a lungo potrà ancora prendersi il rischio di spingere.

Federica Brignone durante la vacanza alle Maldive

Federica Brignone durante la vacanza alle Maldive

Un filo rosso: sanità pubblica, lavoro invisibile e possibilità di rinascita

Messa così, la partecipazione di Federica Brignone all’inaugurazione del reparto di ortopedia del Cto e il lungo racconto uscito su “Vanity Fair” diventano due capitoli della stessa storia. Da un lato c’è un ospedale pubblico che riapre un piano dedicato a rimettere “gambe nuove” a chi ha subito traumi o interventi complessi; dall’altro, una campionessa che rifiuta l’idea della fortuna come unica spiegazione del successo e mette al centro il lavoro silenzioso, il coraggio di affrontare la paura, la fiducia nelle persone che ti curano.

Per chi guarda da fuori, la sua presenza al Cto è un promemoria concreto: dietro ogni medaglia ci sono sale operatorie, terapie, fisioterapia, medici e infermieri che spesso restano senza volto. Ed è anche un modo per ribadire un messaggio che Brignone ripete spesso: senza una sanità pubblica in grado di seguire i pazienti lungo tutto il percorso, dalle urgenze alle protesi, molte storie di ritorno in pista, o semplicemente di ritorno alla vita di tutti i giorni, non sarebbero possibili.

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