La polemica partita da un tweet di Luciano Caveri sui giornalisti del Fatto Quotidiano ha aperto un doppio fronte: quello, numerico, dei dati di diffusione e ascolto, e quello, tutto politico, di “chi finanzia chi” nell’informazione italiana e valdostana.
Giovedì 12 marzo 2026, alle 20.52, Luciano Caveri, già presidente e assessore regionale, oggi direttore responsabile de “Le Peuple Valdôtain”, testata online dell’Union Valdôtaine, aveva scritto su X: «chissà se un giorno scopriremo perché Urbano Cairo, editore de La7 e del Corriere della Sera, consenta nelle trasmissioni televisive di avere una presenza abnorme dei giornalisti del Fatto Quotidiano, giornale con una diffusione ridicola».
Il post, destinato ad un pubblico di addetti ai lavori ma non solo, ha raccolto quasi 78mila visualizzazioni, oltre 570 commenti e circa 1.600 like.
Tra le risposte si è distinta quella del direttore del Fatto, Peter Gomez, che ha rivendicato la posizione della testata nel panorama nazionale: «siamo il terzo giornale generalista italiano e il quinto in totale. Online siamo il terzo sito di informazione in assoluto. I nostri giornalisti sono molto seguiti sui social e garantiscono eccellenti ascolti in tv».
Gomez ha poi spostato il discorso sul terreno dei princìpi: ricordando che Caveri, nel suo blog quotidiano, richiama spesso la Rivoluzione francese, ha scritto che la libertà di parola nasce proprio per poter criticare chi è al potere, mentre per parlarne bene «c’erano già i cortigiani», e che tra i valori occidentali rientrano il diritto al dissenso e alla libertà di informazione, «anche quando non piace».
I numeri Ads: «diffusione ridicola»?
Nel dibattito online è circolata la grafica di Primaonline con la classifica Ads delle vendite individuali in edicola di gennaio 2026. In testa c’è il Corriere della Sera (189.242 copie, –5,82% su gennaio 2025), seguito da Repubblica (89.740, –9,56%), Il Sole 24 Ore (78.631, –5,77%) e Gazzetta dello Sport (74.834, –11,32%). Il Fatto Quotidiano è al quinto posto per vendite individuali con 56.692 copie, in crescita del 9,61% rispetto alle 51.721 del gennaio precedente, unico tra i grandi quotidiani a registrare un segno più in questo segmento.
Se si guarda invece alla diffusione complessiva (carta + digitale), gli ultimi dossier di Primaonline collocano il Fatto nella fascia medio‑alta del mercato: a novembre 2025 la testata raggiungeva 57.983 copie diffuse, con una crescita del 6,5%, e a fine anno è indicata tra i quotidiani in migliore controtendenza, mentre molti concorrenti perdevano terreno. È verosimile che, considerando tutte le copie (edicola, abbonamenti e digitale), il Fatto si collochi oggi tra le prime cinque testate nazionali, come rivendicato da Gomez, pur restando lontano dai volumi di Corriere e Repubblica.
A questi dati si aggiunge il peso della componente online: i monitoraggi citati dallo stesso direttore indicano ilfattoquotidiano.it stabilmente tra i primi tre siti di informazione italiani per audience complessiva, forte anche della forte esposizione social di firme e programmi video.

Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano
Il nodo dei finanziamenti: SEIF e la linea “no fondi pubblici”
La discussione sui numeri si è incrociata con quella sulla coerenza della linea “senza un euro di finanziamenti pubblici” rivendicata dal Fatto fin dalla nascita. Sabato 14 marzo la Società editoriale il Fatto (SEIF) ha diffuso una nota per chiarire la scelta di presentare domanda al contributo straordinario all’editoria previsto dal governo Meloni: 10 centesimi per ogni copia cartacea venduta, finanziamento una tantum per fronteggiare il caro‑costi di stampa e carta.
Nella nota, pubblicata anche sul quotidiano, SEIF spiega di aver inoltrato la domanda a dicembre “per garantire la continuità aziendale, supportare la transizione digitale e prevenire situazioni di rischio”, ma precisa che il contributo assegnato con il decreto del 9 marzo “non è stato percepito” e che l’intenzione, se il trend positivo di vendite e abbonamenti sarà confermato, “rimane quella di non percepirlo”. La società si muove così in equilibrio tra la scelta identitaria di rifiutare fondi pubblici e le difficoltà di un mercato in cui tutti i quotidiani fanno i conti con cali strutturali e aumento dei costi.
L’Union Valdôtaine tra contributi di partito e giornale di movimento
Sul versante valdostano, il tema dei finanziamenti incrocia la storia dell’Union Valdôtaine e del suo organo di informazione. Sul sito ufficiale, il movimento autonomista pubblica mensilmente l’elenco dei contributi ricevuti, come previsto dalla normativa sul finanziamento ai partiti: nella prassi, una quota importante delle entrate arriva dagli amministratori eletti (consiglieri regionali, sindaci, assessori, consiglieri comunali), che versano contributi periodici al movimento.
“Le Peuple Valdôtain”, storico periodico dell’UV oggi rilanciato in versione digitale, è stato per decenni il giornale di riferimento del partito. In passato ha beneficiato dei contributi pubblici previsti dalla legge nazionale per l’editoria di partito: un’inchiesta uscita nel 2021, citando dati ufficiali, avesse stimato per il Peuple oltre 1,5 milioni di euro di finanziamenti statali in sei anni fino al 2005, con più di 332mila euro nel solo 2005 e importi descritti dal suo editore come “piuttosto stabili negli anni”.
Con il tempo, la riduzione dei contributi diretti e l’aumento dei costi di stampa hanno pesato anche sulle casse unioniste: pochi giorni fa lo stesso Caveri, spiegando il passaggio definitivo del Peuple al solo digitale, ha ricordato che i costi di stampa e distribuzione «pesavano come macigni» ed ha definito la testata «bandiera rosso‑nera» e «portavoce del movimento e dei suoi eletti», chiamata a rendere conto del lavoro dei rappresentanti UV.

La sede dell’Union Valdôtaine
Libertà di parola, platee diverse
Nel botta e risposta tra l’ex giornalista Rai e il direttore del Fatto si confrontano quindi due modelli diversi: da un lato una testata nazionale che punta su diffusione mista carta/digitale, presenza televisiva e social, rivendicando una linea di indipendenza dai fondi ordinari e, al momento, la scelta di non incassare il contributo straordinario; dall’altro un movimento politico regionale che sostiene, anche grazie ai contributi dei propri eletti, un organo di informazione dichiaratamente schierato, che per anni ha beneficiato dei finanziamenti pubblici riservati ai giornali di partito.
Resta il fatto che, a numeri Ads alla mano, parlare di “diffusione ridicola” per il Fatto significa riferirsi a un quotidiano che, pur con volumi molto inferiori ai colossi nazionali, occupa stabilmente le prime posizioni della classifica delle vendite individuali ed è uno dei pochi a crescere in un mercato in contrazione.
Il resto, sulla legittimità della presenza delle sue firme nei talk show o sul rapporto tra politica e informazione, in Valle d’Aosta come a Roma, lo decidono lettori, spettatori e, come ricorda Gomez, quella libertà di parola che serve prima di tutto a criticare chi governa.









