C’è un problema che gli allevatori valdostani conoscono bene ormai da due anni, ma che fino a pochi mesi fa faticava a trovare ascolto oltre le Alpi: le normative europee sulla sanità animale, pensate per contesti zootecnici molto diversi da quello alpino, si applicano a una realtà, quella delle malghe, degli alpeggi stagionali, dei piccoli allevamenti di montagna, con modalità che spesso non tengono conto delle sue specificità. Lunedì 27 e martedì 28 aprile 2026, l’assessore regionale alla sanità Carlo Marzi e la dirigente veterinaria regionale Enrica Muraro sono stati a Bruxelles per dirlo direttamente alla Commissione europea.
Due malattie, un territorio in allerta
Le patologie al centro degli incontri sono due. La bluetongue (febbre catarrale degli ovini), causata da un virus trasmesso da insetti, aveva già colpito la Valle d’Aosta nell’estate del 2024 con un’ondata epidemica del sierotipo BTV-8 che aveva causato anche la morte di alcuni capi. La lumpy skin disease (LSD, o dermatite nodulare contagiosa), malattia virale che colpisce esclusivamente i bovini e non è trasmissibile all’uomo, è arrivata più tardi: la Regione ha avviato la campagna vaccinale preventiva 2026 il 13 aprile, con 35mila dosi in distribuzione per immunizzare circa 36mila capi prima della stagione calda e dell’alpeggio. In tre settimane erano già stati vaccinati oltre 17mila capi.
Sul fronte normativo, la Commissione europea ha appena cambiato le regole per la bluetongue: con il Regolamento UE 2026/169, entrato in vigore il 15 luglio 2026, la malattia è stata riclassificata e le misure di controllo riviste. Un cambiamento che impatta direttamente sulle aziende valdostane.

Enrica Muraro e Carlo Marzi a Bruxelles, all’ingresso dell’Unità ‘Animal health’ della Commissione UE
Cosa ha portato la Valle d’Aosta a Bruxelles
La delegazione valdostana, ricevuta presso la Direzione generale della salute e della sicurezza alimentare della Commissione europea, ha incontrato i rappresentanti dell’Unità “Animal health”, guidata da Francisco Reviriego Gordejo, con Simona Forcella (policy veterinary officer), Alexandra Miteva (esperta bulgara di LSD) e Sarah Guizzardi, attachée per la sanità animale presso la Rappresentanza permanente d’Italia all’UE.
Sul tavolo, le istanze emerse dal confronto con le associazioni di categoria valdostane: la necessità di misure proporzionate e sostenibili per un territorio alpino, dove la stagionalità degli alpeggi, le distanze tra gli allevamenti e la tradizione produttiva rendono alcune prescrizioni europee difficili, a volte impossibili, da applicare senza costi sproporzionati. «Abbiamo scelto di riportare e articolare alla Commissione Europea le criticità che emergono sul territorio rispetto all’applicazione dei loro regolamenti, non sempre di facile applicazione», ha detto Marzi.
L’assessore ha ricordato il percorso già fatto sul piano nazionale: «a partire dalla bluetongue nel 2024, proseguendo con la dermatite nodulare dal 2025, abbiamo avviato un rapporto corretto col Ministero che ha consentito l’accoglimento di una serie di richieste da noi proposte».
Il riconoscimento che non è scontato
Il dato politicamente più rilevante emerso dalla missione è che la Commissione europea ha riconosciuto alla Valle d’Aosta uno stato di eccellenza nella gestione delle emergenze sanitarie animali, un riconoscimento che, in un contesto istituzionale dove le piccole regioni faticano a farsi sentire, non è scontato.
«È stato apprezzato il lavoro svolto dalla Regione, riconoscendo la sinergia tra la componente tecnica e quella politica – ha sottolineato la veterinaria Enrica Muraro – una collaborazione non sempre scontata nelle amministrazioni regionali ma fondamentale per affrontare efficacemente situazioni sanitarie complesse».
Il modello valdostano, col tavolo permanente tra Assessorato alla sanità, Assessorato all’agricoltura, Azienda Usl, Istituto Zooprofilattico, Ordine dei veterinari e associazioni di categoria, attivo ininterrottamente dal 2024, ha evidentemente convinto anche gli interlocutori europei.
Il nodo del “periodo di recupero” e chi non ha vaccinato
Nell’occasione l’Amministrazione regionale avvisa gli allevatori che hanno scelto di non vaccinare i propri capi: gli stabilimenti attualmente sottoposti a restrizione che non aderiscono al piano vaccinale rimarranno in stato di blocco anche oltre il 5 maggio, senza che scatti il cosiddetto “periodo di recupero”. La scelta di non vaccinare, insomma, ha conseguenze operative concrete e immediate.
Con 17mila capi vaccinati su 36mila previsti in tre settimane, la campagna procede a buon ritmo. Ma il messaggio è chiaro: la strada scelta dalla Regione è quella della vaccinazione preventiva, e chi rimane fuori ne porta le conseguenze.










