Renzo Testolin è di nuovo presidente della Regione, ma il suo reintegro formalizzato mercoledì 13 maggio 2026 dal Consiglio Valle non chiude la crisi aperta dalla sentenza di primo grado: l’Aula si è spaccata su due risoluzioni dell’opposizione, mentre il fronte di maggioranza ha scelto di andare avanti fino alla decisione della Corte d’appello di Torino.
Testolin reintegrato, fine dell’ordinaria amministrazione
Il Consiglio Valle ha preso atto del reintegro di Renzo Testolin alla carica di Presidente della Regione, con effetto da venerdì 8 maggio, in seguito alla notifica e al deposito a Torino del ricorso contro la sentenza n. 110/2026 del Tribunale di Aosta che lo aveva dichiarato ineleggibile e decaduto per il superamento del limite dei mandati in Giunta. L’appello, come prevede l’articolo 22, comma 8, del decreto legislativo 150/2011, sospende l’efficacia esecutiva della decisione di primo grado: con il rientro del presidente cessa l’ordinaria amministrazione della Giunta regionale e riprende a pieno regime anche l’attività degli organi consiliari.
Aprendo il dibattito, il presidente del Consiglio Valle, Stefano Aggravi, ha ricordato che la presa d’atto «non ha natura costitutiva» della sospensione, che discende direttamente dall’atto di citazione in appello, ma serve a formalizzare sul piano istituzionale gli effetti del ricorso. Sui banchi dell’opposizione, però, il voto è stato letto come la scelta politica di tenere in carica un presidente che resta “sub iudice”, con la prospettiva di una Regione sospesa fino all’autunno.

Chiara Minelli durante la riunione del Consiglio Valle del 13 maggio 2026, tra Andrea Campotaro ed Eugenio Torrione
AVS – Rete Civica VdA: «ricorso cinico, Regione sub iudice»
Alleanza Verdi e Sinistra – Rete Civica VdA, ha messo in campo una vera e propria “staffetta” fra Chiara Minelli ed Andrea Campotaro e poi con Eugenio Torrione per contestare il percorso scelto da Union Valdôtaine e alleati.
Minelli ha richiamato un recente saggio dei costituzionalisti Antonio Mastropaolo e Nicolò Alessi sulle vicende dell’ultimo anno, dalla mini‑riforma elettorale al referendum statutario, fino al caso dei limiti di mandato, definito dagli autori «un segnale d’allarme» sulla capacità dell’Autonomia speciale di funzionare come progetto democratico coerente. In questa cornice, il ricorso di Testolin e la decisione di mantenere intatta la Giunta diventano «un passaggio cinico e irresponsabile»: un consigliere che a novembre 2025 non poteva essere eletto presidente, e che il Tribunale ha appena dichiarato ineleggibile e decaduto, «decide di proseguire come se niente fosse», sostenuto dal suo mouvement e dalla maggioranza.
Secondo la capogruppo di AVS – Rete Civica VdA, lo scopo non è l’interesse della comunità valdostana ma evitare fratture interne e «guadagnare sei, otto mesi, forse di più», al prezzo di un ulteriore indebolimento della capacità di governo e della fiducia dei cittadini nelle Istituzioni. La richiesta di fissare l’udienza al 28 settembre viene giudicata «una data molto remota», che potrebbe non coincidere con la decisione definitiva perché, dopo l’udienza, la procedura d’appello consente la presentazione di altre memorie e l’allungamento dei tempi.
Campotaro ha preso di mira direttamente l’atto di citazione in appello, un testo di 52 pagine definito «ridondante, ripetitivo e prolisso», in cui gran parte dello spazio è dedicata a questioni di competenza giurisdizionale, tempistica e legittimazione dei consiglieri ricorrenti, più che al merito dei limiti di mandato. Per il consigliere è legittimo difendersi nel merito e sostenere un’interpretazione diversa della legge regionale, ma «non è accettabile» cercare di sfuggire al cuore della questione con una sequenza di eccezioni procedurali: chi avvalla questa linea si assume anche la responsabilità politica di «difendere a ogni costo una poltrona».
Sul merito, Campotaro ha contestato l’idea che in Valle d’Aosta non si possano fissare limiti di mandato come nelle Regioni ordinarie, ricordando che la legge del 2007 esiste ed è stata approvata a larga maggioranza, che una disciplina analoga è prevista nella Provincia autonoma di Bolzano e che in una Regione piccola ma dotata di forti poteri e risorse il ricambio è ancora più necessario. Con l’occasione è stato annunciato che Minelli e Torrione si costituiranno in opposizione al ricorso, valutando anche la possibilità di chiedere un’anticipazione dell’udienza, auspicando un fronte comune di tutta la minoranza.
Nel suo intervento, Eugenio Torrione ha spostato l’attenzione sui «segni indelebili» che la vicenda lascerà comunque vadano le cose in appello: la sentenza di primo grado che ha riconosciuto la violazione della legge del 2007, i malumori politici dentro e fuori l’UV, il ricorso promosso con risorse pubbliche a tutela di un diritto soggettivo del presidente, le polemiche sulle esternazioni dei legali ed il fuori onda del professor Enrico Grosso, ripetutamente citato nel nuovo atto. Per Torrione, la maggioranza ha perso tre occasioni: ricostituire una Giunta pienamente legittimata, cambiare passo nel rapporto con l’opposizione e non trascinare la Regione in mesi di incertezza mentre in Aula arrivano assestamento di bilancio ed atti programmatori.

Marco Carrel durante la riunione del Consiglio Valle del 13 maggio 2026
Le altre opposizioni: tra «mulo azzoppato» e rischio imbarazzo istituzionale
Sulla stessa lunghezza d’onda si sono collocati gli altri gruppi di minoranza, con accenti diversi. Clotilde Forcellati, vice capogruppo del Partito Democratico ‑ Federalisti Progressisti, ha definito Testolin «un presidente sub iudice», giudicato decaduto dai magistrati e «messo sotto tutela dalla sua stessa maggioranza». Secondo Forcellati, se fosse stato davvero lungimirante si sarebbe dimesso subito dopo la sentenza per concentrarsi sulla propria difesa e rientrare eventualmente «trionfalmente» in Aula, invece di trasformare la Presidenza «in un mulo azzoppato» che trascina la Valle d’Aosta in una precarietà prolungata.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Alberto Zucchi, ha puntato sul tema dell’opportunità, ricordando che ogni settimana che passa consente a un presidente dichiarato decaduto in primo grado di esercitare funzioni che comprendono anche le attribuzioni prefettizie previste dall’ordinamento speciale. A suo giudizio, questo crea un evidente problema di credibilità nei rapporti con Governo nazionale e apparati dello Stato sul territorio; un «passo di lato» in attesa della Corte sarebbe stato un gesto di rispetto verso Istituzioni e cittadini, mentre restare aggrappati alla carica trasmette il messaggio che «la legge vale finché non mette in discussione il potere di chi governa».
Andrea Manfrin, per la Lega, ha ricordato che la stessa maggioranza aveva escluso, a parole, l’ipotesi di rimettere in discussione la legittimità costituzionale della legge regionale 21/2007, considerandolo un autogol politico. Nel testo dell’appello, secondo Manfrin, la questione non viene formalmente sollevata ma «è evocata in modo surrettizio»: un modo per imboccare indirettamente la strada della Corte costituzionale, in contrasto con gli impegni presi e a danno dell’immagine della Valle d’Aosta.
Due risoluzioni bocciate: dimissioni no, linea rossa respinta
Il confronto si è tradotto in due risoluzioni, entrambe respinte con voto nominale: 20 contrari (UV, Centre Autonomiste, Forza Italia) e 13 favorevoli (AVS, FdI, Lega, PD‑FP, Autonomisti di Centro, La Renaissance).
La risoluzione di AVS chiedeva al presidente di rassegnare “immediatamente” le dimissioni, ricordando che il ricorso può proseguire anche senza la permanenza in carica e che la richiesta di udienza al 28 settembre, con possibili ulteriori rinvii, condanna la Regione ad “una prolungata incertezza” con un Esecutivo di fatto sub iudice. Nel testo si sottolineava che la sentenza del Tribunale ha già riconosciuto la piena coerenza della norma sui limiti di mandato con i principi affermati dalla Corte costituzionale, ricambio, prevenzione della personalizzazione del potere, par condicio, e si affermava che un comportamento responsabile imporrebbe di nominare un nuovo presidente, un nuovo vice e una nuova Giunta pienamente legittimati.
La seconda risoluzione, firmata dai gruppi AdC, PD‑FP, Lega VdA, FdI e La Renaissance, fissava una linea rossa politica: se la Corte d’appello dovesse sollevare d’ufficio la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 3, della legge regionale 21/2007, Testolin avrebbe dovuto dimettersi; in caso contrario, la maggioranza sarebbe stata invitata a presentare una mozione di sfiducia costruttiva per garantire un Esecutivo di piena legittimità nelle more della pronuncia definitiva.
Illustrando il testo, Marco Carrel (AdC), ha parlato «di forte imbarazzo» per la Regione e di credibilità istituzionale minata: anche se il Tribunale ha già respinto l’eccezione di incostituzionalità, i rinvii contenuti nell’appello potrebbero indurre la Corte torinese a rimettere comunque la questione alla Consulta, trasformando il caso Testolin in un contenzioso tra Consiglio regionale e giudici costituzionali. In quella eventualità, per l’opposizione le dimissioni immediate o una sfiducia costruttiva sarebbero l’unico modo per evitare che la Valle d’Aosta rimanga bloccata ancora più a lungo.

Renzo Testolin tornato nel ruolo e nel seggio di presidente della Regione
Testolin: «decideranno le urne e la maggioranza, non le risoluzioni»
Di fronte alle richieste di un passo indietro, Renzo Testolin, parlando nuovamente dal seggio del presidente della Regione, ha rivendicato il percorso scelto dopo le elezioni del 2025 e la legittimazione ricevuta dal voto popolare, ricordando che la maggioranza ha deciso di presentare appello e di non interrompere il lavoro su assestamento e scadenze dei prossimi mesi. Rispondendo in particolare ad AVS – Rete Civica VdA, ha definito «curioso» l’approccio che pretende di selezionare le argomentazioni difensive ritenute ammissibili, ribadendo che tutte le parti hanno diritto a far valere le proprie tesi davanti ai giudici.
Sul punto delle dimissioni condizionate a eventuali sviluppi dell’appello, il presidente della Regione ha chiarito che eventuali scelte dopo la sentenza della Corte non possono essere «dettate» da atti di indirizzo dell’opposizione, ma saranno valutate «dal sottoscritto e dalla maggioranza», alla luce delle indicazioni che arriveranno dai giudici.
La seduta si è chiusa così con un quadro in cui Testolin torna a esercitare a pieno le funzioni, ma la Regione resta sospesa tra un ricorso che ha effetti immediati e un confronto politico che, da qui all’autunno, promette di restare ad alta tensione.










