Quasi cinque ore di seduta, tre di dibattito previste, con una lunga pausa per la stesura di una risoluzione, per una giornata destinata a restare nei libri di storia politica della Valle d’Aosta. Il Consiglio Valle si è riunito nel pomeriggio di martedì 5 maggio 2026, per prendere atto della decadenza di Renzo Testolin dalla carica di presidente della Regione, a seguito della sentenza n. 110/2026 del Tribunale di Aosta che ne ha dichiarato l’ineleggibilità per violazione del limite dei mandati previsto dalla legge regionale 21/2007. Ha parlato tutta l’opposizione e solo una parte della maggioranza, tra cui Aurelio Marguerettaz, il vice presidente Luigi Bertschy e lo stesso Testolin.
La presa d’atto e i 60 giorni
Il presidente del Consiglio, Stefano Aggravi, ha aperto i lavori comunicando formalmente quanto ricevuto via posta elettronica certificata sabato 2 maggio: «il Tribunale di Aosta ha dichiarato che Renzo Testolin è ineleggibile alla carica di Presidente della Regione Valle d’Aosta in relazione alla XVII legislatura e per l’effetto lo dichiara decaduto». Ha precisato che «tale presa d’atto non ha natura costitutiva della decadenza, che discende direttamente dalla sentenza, ma è volta a formalizzarne istituzionalmente gli effetti».
L’Assemblea ha quindi dato atto che la Giunta regionale, con la presidenza assunta dal vice presidente Luigi Bertschy, continui in prorogatio per l’ordinaria amministrazione, fatta salva l’adozione degli atti indifferibili e urgenti. Il termine massimo è di 60 giorni dal 2 maggio 2026: scaduto quel termine (mercoledì 1° luglio) senza elezione del nuovo presidente e della nuova Giunta, si verificherà ex lege lo scioglimento funzionale del Consiglio regionale.
Aggravi ha anche ricordato che l’attività ordinaria del Consiglio, propedeutica all’istruttoria delle Commissioni, è sospesa per questa fase, «trattandosi di un contesto istituzionale caratterizzato dalla necessità prioritaria di ricostituire l’organo di governo regionale».

I banchi della Giunta regionale durante la riunione del Consiglio valle, con il seggio del presidente lasciato vuoto
La risoluzione respinta: la Regione non ricorra
Durante la seduta, i gruppi di opposizione hanno presentato una risoluzione collegata che impegnava la Giunta regionale “a non ricorrere, anche impegnando risorse pubbliche, avverso la sentenza del Tribunale di Aosta che ha escluso la sua legittimazione per carenza di interesse”. Il testo richiamava esplicitamente il passaggio della sentenza secondo cui “la Regione autonoma Valle d’Aosta non è titolare di un interesse giuridicamente qualificato a prendere parte al giudizio, ponendosi in posizione neutra rispetto ai contendenti” e giudicava inopportuno ogni riferimento all’incostituzionalità della legge regionale 21/2007.
La risoluzione è stata respinta con votazione segreta che non ha però fatto emergere nessun franco tiratore, ma un’evidente differenza di approccio, con 14 contrari e 6 astenuti, mentre i favorevoli sono stati 15. La maggioranza l’ha giudicata non accoglibile, ritenendo che non siano ancora state effettuate tutte le valutazioni necessarie e che «sia inappropriato che la politica ponga vincoli in questa fase».
L’inizio del dibattito con gli affondi di Minelli e Centoz
Il dibattito ha visto intervenire l’intera opposizione e, per la maggioranza, i capigruppo Aurelio Marguerettaz (Union Valdôtaine) e Pierluigi Marquis (Forza Italia), il vice presidente Luigi Bertschy e lo stesso Testolin, oltre ai consiglieri Marco Viérin (Centro Autonomista) e Marco Sorbara (FI).
Chiara Minelli (AVS – Rete Civica VdA) che insieme al collega Eugenio Torrione aveva presentato il ricorso, ha tenuto l’intervento più puntuale, ricostruendo l’intera vicenda dall’origine: «è un capitolo decisivo di una questione che non sarebbe mai dovuta sorgere. Nel 2024 gli uffici regionali avevano segnalato alla maggioranza che il presidente e il vice presidente non avrebbero potuto far parte dell’Esecutivo nella prossima legislatura. Si è preferito negare il problema». Ha ricordato che il 15 ottobre 2024 aveva scritto alla Presidenza del Consiglio chiedendo un’analisi della norma, ricevendo dopo 45 giorni e due solleciti una risposta evasiva. Aveva poi commissionato un parere al costituzionalista Andrea Morrone dell’Università di Bologna, che già nel febbraio 2025 aveva scritto «esattamente quanto è contenuto nella sentenza del Tribunale». Parere trasmesso «inutilmente» alla Presidenza del Consiglio. La capogruppo ha anche stigmatizzato le dichiarazioni dell’avvocato della Regione. Marcello Cecchetti dopo la sentenza: «affermare che la sentenza era già scritta prima e poi vestita con le motivazioni va ben al di là della legittima critica. Non è ammissibile che un avvocato pagato dalla Regione si esprima in modo così scomposto nei confronti di tre magistrati». E rivolta alla maggioranza: «siete già andati a sbattere violentemente una volta, rischiate di andarci nuovamente in maniera ancor più clamorosa se procederete con i ricorsi. Noi non abbasseremo le braccia».
Fulvio Centoz (Partito Democratico) ha ricostruito le responsabilità della costituzione in giudizio da parte della Regione, puntando il dito su Luigi Bertschy: «la deliberazione è stata proposta da una persona titolare di un interesse diretto, specifico e irreversibile all’esito del giudizio. Ha commissionato personalmente il parere del professor Grosso insieme al collega Testolin, senza darne atto nella deliberazione. Ha poi proposto di fondare l’opposizione processuale sul solo parere Lupo, omettendo di citare il parere Grosso». Ha citato la spesa di 21.000 euro per una costituzione in giudizio poi dichiarata inammissibile e concluso con un parallelo storico: «il 17 maggio 1966, Severino Caveri fece chiudere le porte del Palazzo Regionale con il fil di ferro per impedire che il Consiglio sancisse la fine della sua Giunta. Allora gli strumenti erano grezzi. Oggi si chiamano ricorso, sospensiva, prorogatio. Ma la logica è la stessa». E rivolto a Testolin e Bertschy: «avete combattuto un imperatore, ma lo avete sostituito con una diarchia», riferendosi, senza citarlo, ad Augusto Rollandin, per il quale era stata scritta la norma originaria.
Il compagno di gruppo Jean-Pierre Guichardaz ha quindi sollevato il tema della posizione giuridica di Bertschy: «la presa d’atto registra la decadenza del presidente senza applicare fino in fondo il principio affermato nella sentenza, che coinvolge anche il vice presidente» mentre per Clotilde Forcellati «c’è una linea sottile che separa la legittima difesa del proprio operato dall’intestardimento personale. La politica alta è quella che sa fare un passo di lato quando la propria permanenza diventa un fattore di instabilità per la comunità».

L’avvio del dibattito, con Chiara Minelli, prima a prendere la parola
Le critiche di tutta l’opposizione e la difesa della maggioranza
Per Aldo Domanico (Fratelli d’Italia) «la legge regionale sui limiti di mandato non è un cavillo, ma uno strumento di rinnovamento democratico. Interpretarla in modo da consentire una quarta presenza consecutiva in Giunta è stato un grave errore». Il capogruppo Alberto Zucchi ha annunciato che il suo gruppo «valuterà la non partecipazione ai lavori dell’Aula e delle Commissioni ogni qualvolta si proceda come se nulla fosse accaduto, fino al ripristino di un quadro istituzionale chiaro». Per il vice capogruppo Massimiliano Tuccari «la tenuta delle Istituzioni passa anche dalla capacità di riconoscere quando una decisione si è rivelata sbagliata».
Corrado Bellora (Lega) ha detto senza giri di parole «la questione personale è anteposta al partito e questo è molto grave. Volete dirmi che non siete in grado di trovare due persone diverse per mandare avanti questa Regione? Fare ricorso è un diritto del presidente Testolin, ma sul piano politico è inopportuno. Prima di farlo si dimetta da presidente». Il capogruppo Andrea Manfrin ha parlato di «scelta di anteporre l’interesse personale alle regole», mentre il vice capogruppo Simone Perron ha avvertito: «se l’appello confermerà la sentenza di primo grado porterà nella polvere molte persone con sé».
Eleonora Baccini (La Renaissance) ha chiesto se «le regole valgono per tutti o solo per alcuni?». Marco Carrel (Autonomisti di Centro) ha invitato tutte le forze politiche a riflettere sulle «competenze prefettizie che il presidente svolge nel suo ruolo» e si è rivolto direttamente a Testolin: «se è vero che gli alleati le hanno imposto molti paletti sul ricorso, le chiedo di trarne le conseguenze politiche. Non aspetti i giudici: agisca lei, agisca politicamente». Andrea Campotaro (AVS) ha parlato di «paradosso autonomista» sottolineando che «mentre AVS difendeva la legge 21/2007 come espressione della nostra sovranità, abbiamo assistito all’Avvocatura regionale intenta a metterne in discussione la legittimità».
Per la maggioranza, Aurelio Marguerettaz ha difeso la linea: «AVS ha avuto ragione e oggi tutti sul carro del vincitore, senza dimostrare vero coraggio. Oggi non c’è nessun vuoto istituzionale. Se ci sarà un ricorso, non parliamo di anni ma di pochi mesi. Continueremo a governare, dando garanzie ai valdostani». Marco Viérin e Pierluigi Marquis hanno sottolineato la necessità di garantire le scadenze amministrative urgenti, il rendiconto, l’assestamento di bilancio, le norme di attuazione, chiedendo «nervi saldi e serenità». Marco Sorbara ha difeso il diritto al ricorso: «ogni cittadino deve poter vedere riconosciuti i propri diritti fino all’ultimo grado di giudizio».
Luigi Bertschy, prendendo la parola come vice presidente e come soggetto direttamente coinvolto dalla stessa norma, assicurando che «oggi non c’è nessuna paralisi» e che «nell’Union c’è un clima di confronto che ci permette di lavorare con serenità». Sulla propria posizione giuridica ha detto: «personalmente ritengo che se quell’articolo era scritto male, va migliorato, e il mio voto per farlo ci sarà». Ha aggiunto che «tanti mi hanno chiamato per dire di non mollare» e che la volontà della maggioranza «è di esercitare quelli che sono i gradi della giustizia».
Renzo Testolin ha preso la parola sottolineando che «subito dopo la sentenza è stato avviato un percorso di discussione serio che ha coinvolto il gruppo dell’UV, il movimento tutto e gli alleati», e che «eventuali percorsi saranno condivisi all’interno della maggioranza: non sarà mai una scelta personale o isolata». Ha chiesto che «venga rispettato questo percorso».

Aurelio Marguerettaz durante il suo intervento nel Consiglio Valle del 5 maggio 2026
Bagni guasti, giornalisti sul pianerottolo
La seduta si è svolta in un contesto non privo di elementi grotteschi. Per circa due ore, i bagni del foyer di Palazzo regionale sono rimasti fuori uso per un guasto, poi riparato: quando qualche consigliere usciva dall’Aula, gli uscieri, un po’ in imbarazzo, chiedevano se dovessero recarsi ai servizi, per indirizzarli verso un’altra ala del palazzo.
La situazione più paradossale ha riguardato la stampa. In una giornata di straordinaria rilevanza politica, i giornalisti sono stati tenuti fuori dal foyer, che per prassi consolidata è lo spazio informale dove si parla con i consiglieri, per la preoccupazione che qualcuno potesse ascoltare dichiarazioni riservate nei corridoi.
L’accesso al foyer è formalmente consentito solo ai consiglieri, ma per consuetudine i giornalisti accreditati vi sostano da sempre. Durante la seduta di martedì 5 maggio no: chi provava ad entrare al foyer veniva bloccato dagli uscieri: per interloquire con un consigliere regionale, se non lo si voleva disturbare al telefono, si doveva esplicitare la richiesta all’usciere il quale entrava in Aula a riferire e poi riportava le risposte a chi era in attesa sul pianerottolo, dove, tra l’altro, erano disponibili tre sole sedie.
Fotografi, operatori e diversi giornalisti hanno quindi dovuto fare i turni per sedersi, o si sono sistemati sui gradini del pianerottolo. L’accesso alla sala stampa era sempre possibile per i giornalisti accreditati, ma in una giornata dove era necessario poter interloquire con rapidità con i consiglieri, la scelta di far rispettare rigorosamente le regole, è sembrata, a molti, un po’ esagerata.
Il paradosso è evidente: senza la stampa, l’attività del Consiglio Valle, e della politica in genere, non ha alcuna visibilità pubblica. In una giornata in cui tutta la Valle d’Aosta guardava verso Palazzo regionale, i cronisti dovevano mendicare l’attenzione dei consiglieri regionali.











